Mondo

VI Giornata per i poveri. Beccegato (Caritas): “La povertà è un fenomeno multi-dimensionale, non c’è solo quella economica”

“Una giornata che ci chiede di “non tirarci indietro di non restare indifferenti, che è sempre possibile fare qualcosa, un’azione che può dare fiducia speranza verso chi incontriamo e vive realtà di sofferenza e solitudine”. È il senso e il cuore del Messaggio di Papa Francesco per la VI Giornata per i poveri, da lui stesso istituita nel 2017 dopo il Giubileo della Misericordia. Una giornata per riflettere sulle tante povertà del nostro tempo che non può limitarsi ad una semplice occasione di preghiera e di riflessione per gli “addetti ai lavori”. 

Un invito esplicito a sovvertire le logiche egoistiche, a rivedere il proprio stile di vita e costruire relazioni nuove con chi vive da escluso all’interno delle nostre società. Ne abbiamo parlato con Paolo Beccegato, vice direttore vicario e responsabile dell’area internazionale di Caritas italiana.

Nel suo Messaggio per la VI Giornata per i poveri Papa Francesco la definiva “una sana provocazione per aiutarci a riflettere sul nostro stile di vita e sulle tante povertà del momento presente”. È così?Assolutamente sì e si basa su una duplice esigenza. La prima parte proprio dalle constatazioni del Papa che, a conclusione dell’Anno della Misericordia nel 2016, constatava che qualcosa nel mondo, sotto questo aspetto, non andava. Basta fare un’indagine più accurata, verificare qualche numero e ascoltare qualche testimonianza e subito ci si rende conto chei poveri sono tanti, sono anche in aumento (in Italia, in Europa e nel mondo) e bussano alle nostre porte che molto spesso però trovano e restano chiuse.La seconda invece è di carattere teologico, ecclesiologico, biblico. I poveri occupano il centro del cuore di Dio e per questo meritano un’attenzione particolare, da parte di tutti, nessuno escluso. Quanti sono oggi i poveri nel mondo?La pandemia prima e ora la guerra in Ucraina, hanno provocato un aumento esponenziale dei poveri nel mondo, trend peraltro già in atto da molti anni. E poi ci sono i dati, che dicono tante cose anche se non raccontano tutto. Per esempio, riguardo la fame nel mondo, dopo anni di moderato ottimismo stiamo tornando a livelli estremamente preoccupanti.Cresce in continuazione il numero degli uomini, delle donne e dei bambini che soffrono di malnutrizione e fame. Parliamo di circa 820 milioni di persone, un nono dell’umanità, ed è, ripeto, un dato in crescita.L’emergenza climatica e la crisi del grano legata alla guerra in Ucraina hanno influito su tale crescita perché hanno determinato l’accesso al cibo in tutto il mondo e in particolare in alcuni Paesi. Quali le zone più colpite?Dobbiamo vedere la cosa da un altro punto di vista, quello della guerra.È la guerra infatti, la causa principale della povertà in alcune aree del pianeta. Il rapporto “paese povero-paese in guerra” è un binomio inscindibile.Le forti tensioni interne, i conflitti ancora in corso o appena terminati sono le cause prime della fame e della povertà, sia in Africa che in altre parti del globo. E purtroppo il dato dei paesi in guerra è anch’esso in aumento. Solo nell’ultimo anno i conflitti armati nel mondo sono cresciuti del 12%, e questo al netto della guerra in Ucraina, che peraltro ha notevolmente peggiorato il trend negativo già esistente. Oltre quella relativa al cibo, ci sono altri tipi di povertà?La povertà è un fenomeno multi-dimensionale, non c’è solo quella economica. Ad esempio emerge sempre di più la “povertà sociale” e coinvolge la gran parte dei poveri in ogni parte del mondo. Mi riferisco a chi, già economicamente povero, vive, all’interno del proprio Paese, in una costante condizione di emarginazione e disagio e quindi continuamente in sofferenza. Cresce anche la “povertà educativa”, generata sia dalla mancanza di strutture scolastiche che insegnanti ma anche dall’impossibilità, per tante famiglie, di poter iscrivere i propri figli a scuola. C’è poi la “povertà sanitaria”, che appartiene a chi non ha la possibilità di accedere in tempi adeguati a trattamenti sanitari, sia a livello pubblico che privato. Una spesa sanitaria importante può far saltare il bilancio già precario di una famiglia. Spesso si rimandano interventi sanitari necessari in attesa di tempi economicamente migliori. Cito un ultimo dato riguardante il numero di coloro che, per le ragioni già citate o per eventi straordinari legati al clima o a catastrofi naturali, hanno bisogno di un aiuto di emergenza. Un dato direi legato allo stato di salute del mondo. Un dato preoccupante cresciuto, solo nell’ultimo anno, del 40% rispetto al precedente. Ecco, coloro che dipendono dagli aiuti della comunità internazionale sono circa 235 milioni di persone. Come se non bastasse, la comunità internazionale, cioè l’insieme dei governi, ha fatto sapere che riuscirà a raggiugerne solo 160. Questo vuol dire che i 75 rimanenti dipendono dalla società civile, vale a dire dalle associazioni, realtà no-profit ed ecclesiali, Ong, missionari, singoli cittadini e chiunque abbia la possibilità di fare e dare qualcosa per tappare questi buchi immensi nel tessuto dell’umanità. Cosa e come fare per far sì che la lotta alla povertà non si trasformi in assistenzialismo?La questione è estremamente complessa, nessuno possiede la bacchetta magica né esiste una ricetta valida per ogni situazione. Gli obiettivi di sviluppo sono numerosi, articolati, interconnessi. C’è una multi-dimensionalità anche nello sviluppo. Papa Francesco parla e auspica uno sviluppo globale della persona e dei popoli ma questo cozza con la disuguaglianza, problema atavico nei Paesi in va di sviluppo, fattore in crescita all’interno nelle nostre società occidentali. Lo sviluppo economico infatti non sempre coincide con una crescita sociale della popolazione. Anzi, spesso più sale il Pil più aumenta la disuguaglianza. Il vero punto resta comunque aiutare il più possibile le società povere evitando che tale aiuto si trasformi in dipendenza, sia per i “macro” che per i “micro” progetti con l’obiettivo è rendere autonome le comunità locali. E questo non dipende solo da chi riceve l’aiuto ma anche dalle modalità di chi lo offre. Come si traduce oggi “l’amore per i poveri”?Ci deve essere almeno un duplice approccio. Il primo, fondamentale, che parte dal basso e riguarda la società civile. Ricordo ad esempio il grande movimento di massa della società americana contro la guerra in Vietnam che costrinse i politici a cedere e a chiudere il conflitto. Il secondo riguarda la politica. Un paese usato, abusato, strumentalizzato, continuamente depauperato delle proprie risorse a causa di contratti capestro, è un paese che vive sotto il calcagno della povertà e non riuscirà mai a ri-sollevarsi. L’esempio più lampante è il “debito” che opprime e schiaccia le economie dei Paesi poveri, e con esse la vita dei suoi cittadini. Insomma, un movimento che parte dal basso, e riguarda ciascuno di noi, e uno dall’alto che deve coinvolgere i governi dei paesi ricchi e renderli attenti allo sviluppo e alla crescita di quelli poveri. Solo con questa doppia azione, questa manovra a tenaglia, forse, sarà possibile dare un colpo mortale alla povertà nel mondo.