Giovanni Paolo II
Ventennale Giovanni Paolo II, il ricordo del card. Betori
Il card. Giuseppe Betori ricorda san Giovanni Paolo II a vent’anni dalla morte: “Ha riportato l’uomo al centro della Chiesa, alla luce di Cristo”.

“La fede deve attraversare tutta l’esperienza umana”. Il card. Giuseppe Betori, arcivescovo emerito di Firenze, ricorda san Giovanni Paolo II a vent’anni dalla morte. Dalla celebre omelia del “Non abbiate paura” all’ultimo saluto in piazza San Pietro, ripercorre il legame profondo tra Wojtyła e la Chiesa italiana, l’impegno per i giovani, la centralità dell’uomo alla luce di Cristo, la svolta culturale avviata con il convegno ecclesiale di Palermo. Una guida forte, profetica, immersa nella preghiera. “Da quel rapporto costante con Dio – afferma – traeva la forza per portare la croce e testimoniare il Vangelo”.
Eminenza, nel ricordo personale che Lei conserva di san Giovanni Paolo II, qual è l’episodio o l’insegnamento che più l’ha segnata, come uomo di fede e pastore, durante gli anni della vostra collaborazione?
Il primo insegnamento che subito mi viene in mente è ovviamente legato all’inizio del suo pontificato e all’omelia pronunciata in quella celebrazione, in cui invitò l’umanità a volgere lo sguardo a Cristo, a non aver paura di lui, ad accoglierlo e ad accettare la sua potestà, a “spalancare le porte a Cristo”, perché solo lui conosce ciò che è dentro l’uomo e solo in lui l’uomo può ritrovare la sua verità. Fin dall’inizio accogliemmo dal Papa questo invito a coniugare insieme il mistero di Cristo e il mistero dell’uomo. Sarà l’orizzonte di tutto il suo magistero. All’epoca ero un giovane sacerdote, non avevo ancora nessun incarico in Cei, ma l’omelia di Giovanni Paolo II mi fece capire immediatamente in che modo la fede andasse ad attraversare tutta l’esperienza umana, tutti i problemi del mondo contemporaneo.
Un forte richiamo alla fede, al bisogno di testimoniarla, di annunciarla all’umanità in tutta la sua verità e in tutte le sue esigenze, questa è stata la cifra di tutto il suo pontificato. Ma, a questo, devo anche unire un ricordo che si colloca nel momento della morte del Santo Padre.
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Quale?
Proprio quella sera, proprio in quel momento mi era stato affidato il compito di guidare il rosario in piazza San Pietro. Ho ancora vivo il sentimento di una piazza stracolma di gente che voleva dire fino all’ultimo il suo amore per un Papa tanto amato. Cinque giorni dopo fui poi chiamato a presiedere una veglia a San Giovanni in Laterano con i giovani, alla viglia delle esequie del Papa. Cercai di trasmettere ai giovani, che riempivano la basilica, un messaggio di speranza in un momento in cui tutti ovviamente eravamo segnati dal dolore del distacco, perché sentivamo che qualcuno di importante per la nostra vita ci veniva a mancare. Nell’omelia dissi ai giovani che la tristezza era comprensibile, ma non eravamo riuniti lì per cercare una consolazione per un vuoto che sia apriva nelle nostre vite o a esprimere una nostalgia per una presenza che ci aveva abbandonato: eravamo invece insieme chiamati a una grande professione di fede, a un gesto d’amore verso Giovanni Paolo II che sapevamo vivo oltre la morte, vivo in Cristo e quindi vivo tra noi.
Lei è stato segretario generale della Cei negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II: come descriverebbe la guida che Giovanni Paolo II offriva alla Chiesa italiana in quella stagione e in che modo il Papa si relazionava con i vescovi italiani nelle scelte pastorali cruciali?
Come sottosegretario e poi segretario generale della Cei ho avuto il compito di supportare le linee pastorali del Papa, così come venivano mediate dall’episcopato italiano sotto la guida della Presidenza. In particolare, attraverso il cardinal Camillo Ruini, potevo avere il riscontro immediato della volontà di San Giovanni Paolo II per la Chiesa italiana, che peraltro si inseriva nell’orizzonte dell’evangelizzazione, che aveva connotato il cammino della Cei dopo il Concilio.
Tra i molti momenti qualificanti di questo dialogo tra il Papa e i vescovi mi piace ricordare una iniziativa che San Giovanni Paolo II volle per la Chiesa italiana: la Grande Preghiera per l’Italia indetta dal Papa per l’anno 1994 e che la Cei supportò con un’appropriata sussidiazione.
Quel che mi preme ricordare è l’immagine che il Santo Padre offrì del nostro Paese nella Lettera ai Vescovi italiani circa le responsabilità dei cattolici di fronte alle sfide dell’attuale momento storico (6 gennaio 1994). Per motivare la preghiera San Giovanni Paolo II ci ricondusse alle nostre radici e ci invitò a farle rivivere tra noi nel nostro tempo.
Che idea aveva dell’identità dell’Italia e del compito dei cattolici italiani nella società?
Le radici, l’identità dell’Italia, l’eredità da far rivivere per San Giovanni Paolo II aveva questi caratteri: una fede ancorata alla predicazione apostolica, che ha messo profonde radici nell’animo del popolo, favorendone il progresso civile; una cultura che, anche grazie alla fede, si è espressa nella letteratura, nell’arte, nelle iniziative umanitarie, nelle istituzioni giuridiche e nel tessuto vivo di usi e costumi, una cultura, ammirata nel mondo, di cui essere consapevoli e fieri; una identità di popolo unito, che, pur nelle varietà di tempi e di luoghi, forma una comunità con una precisa coscienza di sé. Tutto questo doveva indurre la Chiesa e in particolare i cattolici italiani ad assumersi le proprie responsabilità, partecipando attivamente al processo che interessava in quel momento l’Italia. Cattolici immersi nella storia, consapevoli della propria identità e pronti a spenderla a vantaggio dell’intera comunità nazionale.
Giovanni Paolo II ha insistito molto sul coinvolgimento dei giovani nella vita della Chiesa, e Lei ha avuto un ruolo di primo piano nell’organizzazione della Giornata mondiale della gioventù del 2000 a Roma. Cosa le ha insegnato quell’esperienza straordinaria accanto al Papa e quale messaggio dei giovani portava nel cuore Giovanni Paolo II per la Chiesa del nuovo millennio?
Anzitutto l’intuizione che non bisognava aspettare che i giovani venissero alla Chiesa, ma era la Chiesa che doveva andare ai giovani. Giovanni Paolo II è andato a cercare i giovani e li ha chiamati da ogni angolo della terra.
Le Giornate mondiali della gioventù erano un segno di questa attenzione della Chiesa verso i giovani, considerati come soggetti con i quali stabilire un dialogo.
Questo era lo spirito di queste Giornate, per cui esse si collocavano all’interno di un percorso di incontro della Chiesa con i giovani: c’era un prima e c’era un dopo le Giornate, come peraltro accade ancora adesso. La Gmg non era una kermesse, ma un punto qualificante di un cammino formativo.
(Foto AFP/SIR)
E poi?
L’altro elemento fondamentale indicato da Giovanni Paolo II è che i giovani dovevano essere convocati non per stare tra loro, ma per essere condotti a Cristo. Ai ragazzi il Papa insegnava a guardare a Gesù, a fissare lo sguardo su di lui, per scoprirne la bellezza e quindi la bellezza del progetto di vita che egli è per noi; ad ascoltare Gesù, la sua parola di verità, che dà risposta alle domande più profonde della mente e del cuore dell’uomo, e a seguire Gesù nel cammino della vita. Per le fatiche, i problemi, le stanchezze, gli interrogativi dava loro sempre un’unica risposta e un invito:
“Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Non abbiate paura, Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo Lui lo sa!”.
Per esprimere visivamente questa volontà, nella Gmg del 2000 a Roma, la sede del Papa era posta sotto una grande immagine di Cristo che sovrastava la sua persona, ma che ben esprimeva il suo voler essere un testimone, uno che indicava la strada, che indirizzava il nostro sguardo verso Gesù Cristo. Lui parlava con i giovani.
C’era anche un valore della dimensione comunitaria della fede vissuta dai giovani nelle Gmg?
Le Gmg erano e sono aggregazioni di giovani, esperienze di una fede che si fa comunità, che diventa popolo. La fede cristiana ha sì una dimensione personale ma si compie nel vissuto di una comunità, la Chiesa, si fa popolo in mezzo al popolo. Con Cristo siamo un popolo, i giovani sono un popolo, il popolo di Gesù.
Durante il Convegno ecclesiale di Palermo del 1995, Giovanni Paolo II esortò i cattolici italiani a una “conversione pastorale” e a un rinnovato impegno culturale e sociale. A distanza di trent’anni, come valuta l’impatto di quelle parole profetiche e in che misura la Chiesa italiana è riuscita a realizzarle nel proprio cammino?
La svolta che Giovanni Paolo II diede al vissuto della Chiesa italiana ha le sue radici anzitutto nel Convegno ecclesiale di Loreto, nell’invito a “iscrivere la verità cristiana sull’uomo nella realtà di questa nazione italiana”, nella consapevolezza di essere portatori di una verità che salva, e questo richiedeva che la fede recuperasse una efficacia trainante nel cammino della società italiana verso il futuro.
Questa esortazione alla Chiesa italiana ad una presenza più significativa nella vita sociale, per dare all’impostazione pastorale, che apparteneva al nostro Dna, una svolta nella direzione culturale e sociale. E a Palermo questa svolta andò a maturazione cercando di mostrare quello che era l’impegno sociale, come espressione della carità della Chiesa, lo stare vicino all’uomo di oggi.
Dall’esperienza di Palermo prese forma anche il progetto culturale…
In quel contesto maturò l’avvio del progetto culturale della Chiesa italiana, con cui si cercò di intercettare le problematiche culturali e sociali del presente per illuminarle con la parola del Vangelo. Nel Convegno San Giovanni Paolo II ci ricordò che il nostro non poteva essere il tempo della conservazione dell’esistente ma della missione, che questa missione doveva avere al centro la convinzione che le esigenze della verità e della moralità non annullano ma esaltano la libertà dell’uomo, che questa convinzione doveva promuovere una nuova cultura il cui nucleo generatore fosse il mistero di Dio.
(Foto AFP/SIR)
Guardando oggi alla figura di san Giovanni Paolo II, canonizzato e amato in tutto il mondo, quale aspetto del suo vasto magistero Le sembra più attuale e fecondo per la Chiesa e la società? E come la sua testimonianza di santità può ancora ispirare l’impegno pastorale quotidiano?
L’aver messo al centro l’uomo, aver riportato l’uomo al centro della Chiesa, l’uomo compreso alla luce di Cristo. E questo è fondamentale oggi, perché il problema antropologico è il grande problema del nostro tempo.
Siamo ormai assediati da culture che vogliono cambiare la figura stessa dell’umano, e quindi tener fermo il punto dell’uomo nel suo legame a Cristo è essenziale.
Derivava dalla Gaudium et spes ed è un’eredità che San Giovanni Paolo II ha ribadito in tutto il suo pontificato, ed ha trovato poi ulteriori sviluppi in Benedetto XVI e ora in Papa Francesco. La centralità dell’antropologia è un elemento fondamentale per la nostra fede oggi: si guarda all’uomo non come una variabile puramente storica, ma con un riferimento a un’essenza a una sostanza che è la sua dimensione creaturale, quindi l’uomo come immagine di Dio. E quindi ritorna la questione della verità, l’uomo e la verità sull’uomo alla luce di Cristo, questa è la grande eredità che Giovanni Paolo II ci lascia e che lui ha declinato in rapporto alla relazione tra fede e ragione, ai fondamenti dell’etica, alla vita umana, alla famiglia, alla vita sociale, al lavoro, eccetera. Basta guardare alle sue grandi encicliche, tutto è legato a questa centralità dell’uomo in rapporto alla verità, il problema che oggi in modi ancora più urgenti ci si ripropone. Rispetto alla sua testimonianza di santità, mi concentrerei sulla sua profonda immersione nella preghiera. Ci lascia l’immagine di un uomo che traeva tutto da un rapporto personale con il Signore, vissuto attraverso la preghiera, che prendeva ampio spazio nella sua vita ed era vissuta con una intensità non comune. È una testimonianza di santità che ci ha donato fino alla fine, fino ai momenti della grande sofferenza che lo hanno accompagnato negli ultimi anni della sua vita.