Quei discepoli fragili e spaventati davanti al Crocifisso, come noi
La narrazione del Vangelo è uno splendido inizio per la Chiesa, che non cammina mai facendo affidamento sulle sue forze ma sulla potenza del Cristo risorto

Ascoltando la lettura della Passione mi ha colpito quando il Vangelo ci dice che Giuseppe d’Arimatea va da Pilato a chiedere il corpo di Gesù. Gli apostoli in quel momento sono nascosti e dispersi, Pietro ha negato di conoscerlo. Un ragazzo che seguiva Gesù viene afferrato per il lenzuolo che lo copre, e scappa nudo: quest’immagine mi è sembrata rappresentativa della paura che c’è tra i discepoli. Cosa sarebbe stato del corpo di Gesù se non ci fosse stato Giuseppe d’Arimatea? Lo avrebbero lasciato sulla croce, fino a quando sarebbe stato gettato in una fossa comune? Non è un bell’inizio per la Chiesa!
Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura e preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale
Il nostro lettore fa riferimento al Vangelo secondo Marco, che peraltro conclude il suo scritto avendo in mano il primo nucleo storico dei Vangeli stessi: la narrazione della passione di Gesù Cristo. Questo nucleo sviluppava non su una teologia della croce, ma una vera e propria teologia della passione. La prima «teologia della croce» è stata invece espressa da san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: «a voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture» (1 Cor 15,3-4).
In quel primo racconto della passione, precedente alla stesura del Vangelo di Marco, ci sono alcune definizioni importanti dell’identità di Gesù, come quella del Pastore (Mc 14,27) e del Figlio dell’uomo (Mc 14,62). Vi si trovano anche espressioni come: Re dei giudei (Mc 15,26), o Re di Israele (Mc 15,32), che poi nel quarto Vangelo diventeranno il titolo della croce, espresso da Pilato: «“Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”» (Gv 19,19). E soprattutto c’è l’affermazione del soldato romano: «il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era un Figlio di Dio!”» (Mc 15,39). Tuttavia, la confessione del centurione non riguardava la divinità di Gesù – sarebbe stato difficile sulla bocca di un pagano! – bensì il modo in cui la sua morte avvenne.
Alla base del racconto confluito poi nel Vangelo di Marco non c’è solo l’affermazione che Gesù, il giusto, ha sofferto, ma soprattutto il dato oggettivo che egli ha subito la morte più infamante e maledetta dalla legge. Così si esprimeva il Deuteronomio: «se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore, tuo Dio, ti dà in eredità» (Dt 21,23). Paolo riprende lo stesso testo in Galati 3,13: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno». Gli interpreti dicono che è come se il narratore antico della passione, non disponendo ancora di una vera spiegazione di quanto era accaduto, abbia comunque avuto bisogno di almeno di farne memoria.
Ma tornando al lettore, quasi tutti i punti che ha messo in evidenza sono veri. Si comincia dall’abbandono di tutti i discepoli nel momento dell’arresto; non va poi dimenticata l’insistenza sul fatto che Giuda il traditore è uno dei Dodici, e che poi Pietro rinnegherà la chiamata stessa di Gesù, che lo ha voluto primo dei Dodici, come dice la giovane inserviente del sommo sacerdote: «anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». La riprova è quello che leggiamo nel Vangelo: «ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui..» (Mc 3,14).
A mio avviso, invece, non va data tanta importanza a quel ragazzo che segue la vicenda dell’arresto rivestito solo di un lenzuolo, che poi perde e rimane nudo. Questo, nonostante interpretazioni fantasiose che lo hanno voluto, per via del termine greco usato, in relazione con la figura celeste della tomba ormai vuota: «entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”» (Mc 16,5-7).
Possiamo considerare tutto questo un fallimento della missione del Signore, che si è messo accanto coloro che durante la passione hanno quanto meno manifestato la loro debolezza di creature come discepoli di colui che li ha fatti parte del gruppo dei Dodici? Ora, se il narratore evangelico avesse voluto tacere tutto questo per non oscurare la figura di Gesù, ne avrebbe avuto la possibilità. Ma non l’ha fatto. E quindi di fatto i Vangeli sono perfettamente credibili da un punto di vista storico, piaccia o non piaccia a tutta una élite di interpreti.
C’è invece un’altra chiave di lettura che a me sembra particolarmente significativa, anche perché raramente messa sufficientemente in luce. Prima di arrivare a quello che troviamo nel Vangelo di Giovanni, che mette in rilievo la figura di Maria di Màgdala, chiamata a buon motivo l’«apostola degli apostoli» (Gv 20,17), il Vangelo secondo Marco, accanto alla figura di Giuseppe d’Arimatea scrive anche che «vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses – proprio esse andranno al sepolcro lo stesso mattino di Pasqua – , e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme» (Mc 15,40-41).
Se i discepoli uomini hanno fallito di fronte alla passione di Gesù queste discepole, donne, invece manifestano una continuità nella loro presenza accanto a Gesù tanto che appunto, dalla Galilea, erano salite con lui a Gerusalemme, cioè, erano andate con lui incontro alla sua passione. A me sembra però particolarmente significativa l’ultima frase del racconto del Vangelo, quando Marco annota il fatto che «Maria di Màgdala e Maria, madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto» (Mc 15,47). Tutto questo non è casuale. Premesso che la sepoltura deve essere affrettata per via della imminente Parasceve, «cioè la vigilia del sabato» (Mc 15,42), il Vangelo di Marco aggiunge che «passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole» (Mc 16,1-2).
Le tre donne, pur nella loro inadeguatezza ad accogliere quanto è avvenuto – infatti, dopo l’acquisto degli oli, «dicevano tra loro: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”» (Mc 16,3) – che si rivelerà con forza più avanti, quando, è ancora la penna di Marco a scrivere, le discepole «uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore». E l’evangelista aggiunge che «non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite» (Mc 16,8). Ma noi sappiamo che così non è stato.
Quindi, in conclusione, Gesù risorto, come ha accettato la fragilità dei primi discepoli, accoglie anche noi nella nostra povera umanità, salvata proprio nella sua debolezza. Ciascuno di noi sperimenta così che, senza la potenza della risurrezione, il cammino della comunità credente per annunciare il Vangelo non sarebbe neanche pensabile. E, pur dispiaciuto di contraddire il lettore, devo scrivere che nonostante l’apparenza, la narrazione del Vangelo, nel racconto della passione e in quello della risurrezione, è stata uno splendido inizio per la comunità dei discepoli, la Chiesa di Cristo, che non cammina mai facendo affidamento sulle sue forze ma sulla potenza del Cristo risorto. E questa è di gran lunga la più grande certezza per noi, anche e soprattutto nei tempi che stiamo vivendo.