Manifestiamo contro tutte le guerre

Caro Direttore,sull’ultimo numero del settimanale (n. 21 del 1° giugno 2003) ho letto quanto da Lei affermato, e cioè che la bandiera della Pace è un segno, non di parte (anche se qualche «parte» ha cercato di strumentalizzarlo), della propria volontà di pace, ma nessuno è autorizzato a pensare che chi non la espone sia per questo un «guerrafondaio».Sono d’accordo, ma in tutta l’operazione «bandiere della Pace» c’è qualcosa che non riesco a spiegarmi e cioè perché si sia iniziato ad esporle in gran numero solo per la guerra in Iraq. Perché non erano state esposte quando Saddam aggredì l’Iran, quando aggredì il Kuwait e tentò di sterminare il popolo curdo? Perché non erano state esposte ai tempi della guerra in Cambogia (milioni di morti), oppure quando i russi invasero l’Afganistan? Perché non erano state esposte quando la Siria occupò il Libano, o quando la Cina invase il Tibet distruggendo di fatto un intero popolo? Si potrebbe continuare all’infinito, ma forse, sia pure con grande sforzo, una spiegazione riesco a trovarla, e cioè che in tutte le cose c’è una prima volta, e la guerra in Iraq è stata la prima volta in cui si è ritenuto opportuno esporre le bandiere.

Ciò che invece non riesco a comprendere è perché queste bandiere siano state già ammainate, nella grande maggioranza dei casi. Non continua forse la guerra nel Sudan (già oltre due milioni di morti, cinque milioni di profughi, la schiavitù rispuntata su vasta scala, cristiani che vengono crocifissi, proprio come Gesù)? Non continua forse ancora la guerra nel Congo (già oltre tre milioni di morti e milioni di profughi), non continuano a centinaia le vittime del terrorismo? Non continua forse la guerra in Cecenia e in altre trenta parti del mondo? Questi Paesi, questi Popoli, questi morti, non meritano la stessa attenzione dell’Iraq? Perché l’Iraq sì e tutti gli altri no? Perché e da chi vengono selezionati i casi per cui indignarsi? È difficile non pensare ad una grande strumentalizzazione.

Tale discorso può essere esteso alle manifestazioni, agli scioperi, ai girotondi, alle marce per la pace, alle tavole della pace, ai blocchi delle basi militari e delle ferrovie, alle ambasciate assediate, alle scuole occupate. Perché per il Sudan, per esempio, di fronte ad una tragedia cento volte più grande di quella dell’Iraq, non si fanno veglie di preghiera e fiaccolate, non si suonano le campane, non si fanno comunicati specifici da leggere nelle chiese, non partono scudi umani, non ci sono cortei con i gonfaloni della regione, dei comuni, delle province, delle associazioni cattoliche e delle Misericordie? Sarebbe ingiusto dire che non viene fatto niente, sarebbe anche ingiusto generalizzare in questa denuncia di scarsa coerenza, ma è altrettanto vero che la partecipazione a questa grande tragedia è assolutamente inadeguata.Termino menzionando alcune frasi tratte dall’articolo di fondo del quotidiano Avvenire del giorno 11/05/2003, a firma del Direttore Dino Boffo: «Alla prova del Sudan. Pacifisti, torniamo in piazza. C’è una strage degli innocenti, perché ignorate il Sudan o fate finta di non vedere? I clienti del petrolio (sono cinesi, malaysiani, canadesi, austriaci e svedesi) vengono trattati con i guanti dal governo fondamentalista islamico, le popolazioni locali cristiane ed animiste vengono perseguitate e distrutte. Diamoci una mossa, per favore. Basta imbrogliarci».Marcello BardottiBarberino Val d’Elsa (Fi) Partiamo dalle bandiere della pace, tema che continua ad appassionare i nostri lettori. «Perché per l’Iraq sì e per gli altri conflitti no?», si chiede il nostro lettore. La domanda è legittima, ma la risposta se la dà lui stesso: in tutte le cose c’è sempre una prima volta. La bandiera veniva già utilizzata da anni nella marcia Perugia-Assisi con riferimento a tutti i conflitti, ma la campagna «bandiere della pace» è nata in un preciso momento storico, di fronte alla minacciata guerra all’Iraq da parte degli Usa (e dei loro alleati) e nell’eventualità che anche l’Italia vi prendesse parte. Mi sembra ingeneroso guardare indietro e chiedere perché non siano state esposte in altre occasioni. Guardiamo piuttosto in avanti e giudichiamo d’ora in poi se il loro utilizzo sarà a senso unico (cioè solo contro determinate guerre).Discorsi analoghi possiamo farli anche sulle altre forme di mobilitazione, come marce e manifestazioni. Sono d’accordo con lei: chi ama la pace non può tacere di fronte a quanto avviene in Sudan, in Uganda, in Congo, in Colombia, in Indonesia, o in tante altre parti del mondo. Ma se c’è qualcuno che si è sempre mobilitato (basti pensare all’iniziativa «Anch’io a Bukavu», nel 2000) sono stati i cosiddetti e tanto vituperati «pacifisti cattolici».