«WATER»

DI FRANCESCO MININNILe tradizioni non passano da sole come fossero un abito non più di moda. Soprattutto in quei luoghi, come l’India, dove la tradizione ha un’importanza eccezionale, per arrivare a qualcosa che si possa chiamare progresso bisogna lottare e continuare a lottare. La regista indiana Deepa Mehta, classe 1950, ha sempre combattuto contro il pregiudizio e l’arretratezza, anche a rischio di pesanti censure in patria. Lo ha fatto soprattutto riferendosi alla figura della donna, che in India è tuttora considerata una «razza» inferiore e comunque sottoposta a limitazioni e leggi molto discutibili. Lo ha fatto con «Fire», «Earth» e adesso con «Water»: una trilogia degli elementi che, dal 1995 ad oggi, le ha permesso di farsi conoscere su scala mondiale e comunque di far sentire una voce fuori del coro. Se «Fire», incentrato sull’amore tra due donne, era obiettivamente difficile da accettare come passo in avanti verso il progresso, «Water» non lascia invece alcun dubbio.

L’anno è il 1938, nel bel mezzo dell’avventura coraggiosa e progressista di Gandhi. La piccola Chuyia, già sposa a otto anni per volontà della famiglia, resta improvvisamente vedova e deve sottostare a una brutta tradizione: in India alle vedove non è consentito risposarsi, ma devono andare a vivere in comunità, quasi emarginate, e tutt’al più servire da passatempo per qualche bramino. Una delle vedove, amata da un giovane laureato in legge, è sul punto di infrangere il tabù. Ma, ricacciata nella fossa, sceglie il suicidio. Sarà Chuyia, aiutata da una compagna di sventura, a trovare la via della fuga. Ma le vedove senza futuro sono ancora oggi moltissime in India: né Gandhi né altri hanno potuto interrompere la tradizione.

Deepa Mehta possiede qualità narrative di prim’ordine. «Water» è un film figurativamente molto bello sia quando fa esplodere i colori che quando lavora nell’ombra. Senza rinunciare alle caratteristiche del melodramma, quindi a un genere popolare che in India rappresenta la maggiore risorsa dell’industria cinematografica, riesce a trasformarne le finalità facendolo diventare strumento di analisi sociale. Gli episodi e i personaggi che in altre mani sarebbero serviti soltanto a fare spettacolo, divengono così il simbolo di una durissima lotta tra passato e futuro che ancora non è arrivata a conclusione. La carta vincente di «Water» è il personaggio di Chuyia, una bambina di otto anni che subisce, non sa, soffre e piano piano comincia a capire. Ma il film è impensabile senza il complesso dei personaggi e delle attrici che, straordinariamente affiatate, riescono a comporre un quadro d’insieme nel quale ognuno ha il proprio ruolo.

È ovvio che il desiderio di andare contro la tradizione e una certa foga oratoria portano Deepa Mehta a qualche sottolineatura di troppo e a qualche ovvietà. Saremmo però imperdonabili se censurassimo il film per questo. Preferiamo allora accoglierlo in blocco, con le sue immagini vigorose e pittoriche, la sua intima sincerità, la sua spinta verso una società migliore e più giusta, le sue facce scolpite nel dolore e quasi tutte indimenticabili, la sua volontà di andare avanti nonostante un pesantissimo carico da portare. «Water», a differenza di certi film di Mira Nair, è il film di un’indiana che non solo conosce ed ama il proprio paese, ma tenta per quanto possibile di non scendere a compromessi con altre culture foss’anche a livello semplicemente spettacolare. L’acqua cui fa riferimento il titolo ha molteplici significati: è l’acqua sacra del Gange, è l’acqua delle lacrime che rigano il volto dei personaggi, è l’acqua di un grande fiume che ancora divide l’India tra passato e futuro.

WATER (Id.) di Deepa Mehta. Con Lisa Ray, Seema Biswas, Kulbhushan Kharbanda, Waheeda Rehman. CANADA/INDIA 2005; Drammatico; Colore