«VOLVER»

di FRANCESCO MININNIAlmodovar conferma tutto: la sua capacità di narratore/saltimbanco, la sua predilezione per i personaggi femminili, la sua impossibilità di essere normale in un mondo che continua a viaggiare troppo in fretta, la sua natura di divoratore di cinema. E anche la capacità, una volta trovato il ritmo giusto, di sfuggire alle trappole della provocazione a beneficio di una narrazione meno estremizzata, più pacata e riflessiva. Tutte queste conferme vengono da «Volver» (ovverosia «tornare»), nel quale l’autore ritrova il passo del melodramma buffo dopo la parentesi sconclusionata de «La mala educacion».

Raimunda e Soledad, sorelle, vivono esistenze molto diverse. La prima è sposata con Paco, ha una figlia, Paula, e lavora tutto il giorno. La seconda fa la parrucchiera al nero e vive in una dimensione particolare fatta di dubbi e stupore di tutto. Quando Paula uccide Paco, che voleva abusare di lei, Raimunda nasconde il cadavere e, grazie a una serie di fortunate coincidenze, riesce ad avviare una redditizia attività di ristoratrice. Tornata al paese per il funerale della zia, Soledad vede la madre Irene, morta da anni, e la prende in casa con sé. Naturalmente Irene non è morta: le è convenuto fare il fantasma invece di essere costretta a dare scomode spiegazioni…

Non c’è dubbio: per Almodovar il mondo è delle donne. Di generazione in generazione, la loro vitalità, il loro istinto di sopravvivenza, il loro spirito e la loro forza le preservano da trappole e inciampi nei quali regolarmente cadono gli esponenti del sesso forte. E naturalmente Almodovar non riesce a fare distinzioni: tutti salvi da una parte, tutti condannati dall’altra. Per fortuna l’autore racconta «Volver» come se fosse, di volta in volta, uno strampalato noir, una storia di fantasmi o una commedia in salsa agrodolce (un po’ come fece Monicelli in «Speriamo che sia femmina»). Così le sue tesi estremiste si insinuano senza colpire troppo duramente, dando anzi l’impressione di non esserci. E quando lo spettatore si accorge che invece ci sono, le prende comunque come lo sberleffo di un pittoresco furfantello e non certo come l’elaborazione di un serioso sociologo. Anche perché, nel frattempo, Almodovar si è affidato a tre attrici che, alle prese con personaggi pieni di problemi, danno sfoggio di una bravura che non ammette repliche. Penelope Cruz (Raimunda) è sempre più brava e piena di carattere. Carmen Maura (Irene) è un campione di classe e ironia. Lola Duenas (Soledad) è una sorpresa di cui ci ricorderemo. Per capire meglio le strade di «Volver», sarà opportuno ricordare i colori sgargianti di «Tutto su mia madre» e quelli pallidi di «Parla con lei». In «Volver», a seconda degli episodi del racconto, li ritroviamo alternati: come vita e morte, gioia e dolore, partenza e ritorno.

VOLVER (Id.) di Pedro Almodovar. Con Penelope Cruz, Carmen Maura, Lola Duenas, Blanca Portillo. SPAGNA 2006; Commedia; Colore