«MATCH POINT»

DI FRANCESCO MININNIWoody Allen era venuto in Europa, per la precisione in Francia, per girare a Parigi parte di «Tutti dicono I Love You». Ci torna, per la precisione a Londra, per girare interamente «Match Point» che, presentando alcune peculiarità impreviste, rappresenta il primo, importante passo verso quel rinnovamento creativo che da tempo andavamo auspicando. E questo senza perdere l’abitudine, ormai probabilmente insita nel Dna, di girare un film all’anno. Le peculiarità si possono riassumere nell’andamento da thriller, nel piacere di una costruzione quasi geometrica in attesa del maturare degli eventi, nell’assenza di Woody Allen attore ma anche di un alter ego che lo possa rappresentare «ideologicamente», nella novità di raccontare una storia per il piacere di farlo. Molto attento alle notazioni ambientali, usate come sempre in funzione psicologica, Allen si scopre costruttore di un thriller interamente basato sul lungo duello di un uomo con la propria coscienza.

Chris, irlandese, è un giocatore di tennis che, stanco dell’ambiente, ha lasciato lo sport professionistico e vive a Londra dando lezioni a ricchi annoiati. Come Tom, figlio di un magnate dell’economia, che prende a benvolere Chris, lo introduce in famiglia e finisce per spianargli la strada al matrimonio con la sorella Chloe e alla carriera in una delle aziende paterne. L’elemento disturbante è Nola, fidanzata americana di Tom: Chris se ne invaghisce e prosegue la relazione anche quando lei e Tom si lasciano. Con alcune conseguenze difficili da gestire.

Il «luogo» tennistico che sta alla base della vicenda è che quando una palla picchia sul nastro, a seconda che rimbalzi in avanti o all’indietro può rappresentare la differenza tra vittoria e sconfitta. Il che significa che, come sempre, Allen mette in piazza il proprio fatalismo senza esitare ad affermare che la principale componente dell’esistenza umana è la fortuna. Ma non esita neppure a radiografare una coscienza, arrivando alla conclusione che essa non impedisce a chi la possiede di fare del male: semplicemente, lo costringe a pagare un prezzo altissimo anche se il crimine non dovesse mai essere scoperto. Qui entrano in campo gli immancabili riferimenti letterari: più che Dostoevskij, letto dal protagonista e che incombe con il suo «Delitto e castigo», scorrono sul nastro del film giganti come Flaubert, Maupassant, Dreiser e Thackeray. Per convincerci che, con tutta la buona volontà, non esistono scalate sociali destinate ad un lieto fine. Accompagnato non più da Cole Porter, Gershwin e Berlin, ma dalle note de «La traviata» di Verdi, «Match Point» non ci chiede di iscriverci al club dei pessimisti di cui Allen è presidente onorario dalla nascita. Ci chiede soltanto di festeggiare il settantesimo compleanno di un autore che, pur tra alti e bassi leciti e comprensibili, non ha ancora perduto il piacere di sorprenderci.

MATCH POINT di Woody Allen. Con Scarlett Johansson, Jonathan Rhys-Meyers, Emily Mortimer, Brian Cox. GB 2005; Drammatico; Colore