LA DUCHESSA DI LANGEAIS

DI FRANCESCO MININNI

La duchessa di Langeais» fu scritto da Honoré de Balzac nel 1834, quando già «La commedia umana» aveva iniziato ad essere data alle stampe. Il dramma gli fu ispirato dalla conoscenza della marchesa de Castries: come dire che niente di ciò che usciva dalla sua penna si discostava dagli accadimenti della vita. È ovvio che, stile a parte, un’opera del 1834 seguirà determinate procedure e modelli narrativi in voga in quell’epoca. Soltanto partendo da questo presupposto si potrà apprezzare il grande lavoro stilistico compiuto da Jacques Rivette nell’adattare per lo schermo il romanzo di Balzac, dalla cui epoca, alla fin fine, si discosta soltanto perché il volto e le espressioni di Guillaume Depardieu non sono esattamente quelli di un generale della Francia della Restaurazione. È evidente che Rivette è pienamente consapevole dell’impresa affrontata. Lo si capisce dal titolo stesso, che in Italia ripropone l’originale letterario «La duchessa di Langeais», ma che in Francia suona «Ne touchez pas la hache», ovverosia «Non toccate la scure», ispirato a una battuta in un dialogo tra il generale e la duchessa. La scelta di Rivette è indicativa del nume tutelare che sovrintende all’operazione, ovverosia l’ironia: quella che, senza intaccare il testo o le soluzioni narrative, li trasforma con uno sguardo di rispettoso disincanto trasformandoli da melodramma in riflessione su di esso.

Per capire i motivi del grande amore del generale de Montriveau per la duchessa di Langeais, che lo portano a ricercarla ovunque e finalmente a trovarla in un monastero carmelitano di Maiorca, bisogna risalire alla Parigi della Restaurazione, dove la nobildonna si lascia corteggiare dall’ufficiale senza mai concederglisi, per il puro gusto di sentirsi oggetto di tanto desiderio. Almeno fino al giorno in cui Montriveau, stanco del gioco, contraccambia con indifferenza e abbandono gettando la duchessa nella disperazione. La conclusione del racconto non può che essere romanticamente tragica: organizzato un blitz per rapirla dal monastero, Montriveau la trova morta e non può che affidarne le spoglie alle acque dell’oceano.

L’errore nell’affrontare il film di Rivette sarebbe nel giudicarlo secondo parametri contemporanei, perciò anacronistici. I gesti dei personaggi, il tono dei dialoghi, certe espressioni melodrammatiche del genere «Che fare?», non appartengono all’oggi, ma al passato. Ad un passato che Rivette non fa niente per nascondere, ma che cerca anzi di rievocare e ricostruire in tutta la sua classicità, esaltando proprio quei particolari che, rapportati al presente, assumerebbero i contorni del ridicolo o dell’involontariamente umoristico. Ecco dunque che «La duchessa di Langeais» non è né un film sentimentale né una storia morale: è semplicemente una questione di stile che, messo in campo in tutta la sua straordinaria adattabilità, riesce a trasportarci in un’altra epoca senza permettere, contemporaneamente, che il tutto ci appaia finto o, tanto meno, parodistico. In questo Rivette è stato molto aiutato da attori di sicura affidabilità e obiettivamente atemporali come Michel Piccoli e Bulle Ogier, ma anche da una protagonista, Jeanne Balibar, che quando veste i panni di un’altra epoca riesce come per incanto a trasferirvisi armi e bagagli dimenticando (e facendoci dimenticare) il presente. «La duchessa di Langeais» non è forse un film indispensabile: ma vi sono opere di sublime inutilità che meritano comunque un posto in un immaginario ormai stanco e imbarbarito da tanta volgarità e troppa televisione.

LA DUCHESSA DI LANGEAIS (Ne touchez pas la hache) di Jacques Rivette. Con Guillaume Depardieu, Jeanne Balibar, Bulle Ogier, Michel Piccoli. FRANCIA 2007; Drammatico; Colore