«INSIDE MAN»

DI FRANCESCO MININNILa sceneggiatura di «Inside Man» è di Russell Gewirtz. La produzione è di Brian Grazer. Né l’una né l’altra, cioè, fanno riferimento a Spike Lee, che ha diretto il film dopo che Ron Howard gli aveva preferito «Cinderella Man». La domanda è dunque: «Inside Man» è da considerarsi interamente opera di Lee o è soltanto un film su commissione nel quale le regole del genere (rapina in banca con ostaggi) prendono il sopravvento sullo specifico polemico, provocatorio, analitico e sociale dell’autore? Diciamo che se il regista fosse stato Howard, oggi staremmo parlando di un thriller di sicuro effetto e molto attento a ritmo, tempi narrativi, sorprese e giochi di prestigio.

Con Spike Lee, invece, per quanto il contenitore sia quello del thriller, il contenuto è anche altro. Meno aggressivo e violento di altre sue opere, preferisce giocare tutte le sue carte sul registro dell’ironia per definire una mappa di alcuni aspetti del potere. E, nonostante qualcuno dei personaggi ottenga qualcosa, il confronto tra chi sta più in alto e chi cerca di arrivare a una verità finisce alla pari, senza vincitori né vinti. Perché nelle stanze dei bottoni, secondo Spike Lee, ci sono posti vacanti: sono quelli tenuti a disposizione di eventuali disturbatori che, una volta ottenuto il premio più alto che le circostanze consentono, smettono di disturbare ed entrano a far parte del meccanismo.

Un detective specializzato in trattative in presenza di ostaggi deve gestire un caso complesso: una banda composta da quattro elementi si è asserragliata in una banca di New York. Si dà il caso che, in una cassetta di sicurezza, il presidente della banca nasconda qualcosa riferito al proprio passato che proprio non vorrebbe fosse reso pubblico. Così, mentre i negoziatori si moltiplicano, si capisce che la posta in gioco potrebbe essere molto alta. E che forse a nessuno interessa veramente rendere pubblica la verità.

Interpretato benissimo da Denzel Washington, Clive Owen e Jodie Foster, «Inside Man» si fa riconoscere come opera di Spike Lee nel momento in cui accantona la semplice suspense che regge le sorti del racconto in attesa dello scioglimento finale e mette in campo una vena polemica che non risparmia nessuno. Né chi ha fatto fortuna sulla pelle degli altri, né chi di questo vorrebbe servirsi per coprirsi la ritirata, né chi, potendo far esplodere il caso, si limita a servirsene per il proprio tornaconto. E siccome tutti ci guadagnano, si capisce che Lee mantiene una solida vena di pessimismo nei confronti di una società dove niente risponde più a principi etici e tutto si riconduce alla febbre del possesso.

«Inside Man» resta ancorato alle regole del thriller e quindi manca della assoluta libertà che caratterizza le opere di Spike Lee. Ma, anche se non può essere annoverato tra i suoi risultati più decisamente personali, ha stile da vendere. E quando Denzel Washington, detective di colore sulle tracce di un riccone bianco, ci appare come una variazione sul tema del tenente Colombo con la differenza fondamentale dovuta alla problematica razziale, lì si capisce che anche quando ha un po’ meno libertà d’azione, Spike Lee sa farsi riconoscere.

INSIDE MAN (Id.) di Spike Lee. Con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Willem Dafoe, Christopher Plummer. USA 2006; Thriller; Colore