Il film: “Una barca in giardino”, navigare tra le correnti della memoria
Passato alla sezione Cinéma de la Plage al Festival di Cannes e in seguito al Festival internazionale del cinema di animazione di Annecy, arriva in sala «Una barca in giardino», ultima fatica di uno dei grandi maestri dell'animazione francese.
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C’è modo e modo di raccontarsi, di aprire se stessi agli altri, e per un artista generalmente passa attraverso la propria arte, che parla di sé in un modo o nell’altro. Al suo ottavo lungometraggio, visto nella sezione Cinéma de la Plage a Cannes e in gara per il Cristal al Festival internazionale del cinema di animazione di Annecy, Jean-François Laguionie sceglie di mettersi a nudo col pubblico, percorrendo con «Una barca in giardino» una doppia via verso il proprio io più profondo.
Laguionie, classe 1939, trova un proprio (primo) avatar nel quasi omonimo François, un ragazzino che, nella Francia del 1949, vive in un sobborgo sulla Marna insieme alla madre Geneviève e al patrigno Pierre. Quest’ultimo, laconico ed emotivamente distante, non ha un vero rapporto col figlio adottivo, almeno finché non smantella l’orto nel giardino di casa e lo trasforma in un cantiere per costruire una barca a vela, una fedele riproduzione della Spray, l’imbarcazione che il capitano Joshua Slocum ha condotto nel primo giro del mondo in solitaria.
François, anche voce narrante e disegnatore di ciò che vediamo sullo schermo, è un ovvio doppio di Laguionie. Gli anni catturati nel film sono i suoi ricordi, frammentati, romanzati, ricomposti in un racconto di formazione che va dal rapporto coi genitori alle prime fughe romantiche, da furtarelli ai grandi magazzini all’inizio degli studi artistici, con sullo sfondo una Francia che sta cominciando a rialzarsi dopo la guerra, a riscoprire una normalità dopo i bombardamenti e l’occupazione.
È proprio attraverso gli occhi di François che il pubblico viene condotto per mano tra i meandri della memoria, ricostruiti con più sentimento che accuratezza, un viaggio che riflette in qualche modo le esperienze autobiografiche del regista, ma che usa le ali dell’immaginazione per intrecciare la propria vita a quella dell’esploratore canadese Slocum, girando letteralmente gli oceani del mondo pur non muovendosi mai dalle sponde della Marna.
Proprio perché gli occhi di François sono anche gli occhi del pubblico, però, Laguionie si sdoppia in un secondo avatar, quello che il protagonista, così come lo spettatore, osserva incantato: Pierre, silenzioso e caparbio, impegnato in un’impresa assurda quanto affascinante. Nel tenace atto di costruire una barca nel recinto chiuso di un giardino, nello smontarla e rimontarla continuamente come fosse Penelope con la tela, nel suo infuriarsi con la visione pragmatica del fratello Jean che punta a una rapida conclusione del lavoro, Pierre diventa immagine di Laguionie stesso. Costruire la barca diventa un poetico parallelo del realizzare il film, sempre ostinatamente con tecniche d’animazione tradizionale, in splendidi acquerelli e carboncini, fuggendo ogni tendenza o moda dell’industria, digitale in primis. Soprattutto, quella di Pierre è una barca che, per quanto tecnicamente ineccepibile come i disegni che riproducono maniacalmente le venature del legno delle sue assi, non ha un vero scopo: diventa chiaro da subito che non sarà mai varata, che i viaggi sognati resteranno sogni, che il piacere di lavorarci è superiore al fine pratico dell’oggetto compiuto. Lo stesso vale per l’arte di Laguionie, un’arte che è bella per se stessa, frutto solo dell’urgenza di creare.
Con «Una barca in giardino», quindi, Laguionie apre al pubblico il proprio mondo interiore non solo e non tanto attraverso alcuni dei suoi ricordi d’infanzia, rivisti, reimmaginati, riadattati, ma anche e soprattutto attraverso un accesso intimo e personalissimo alla sua ragione artistica. Un bellissimo regalo.
UNA BARCA IN GIARDINO di Jean-François Laguionie. Con (voci) Elias Hauter, Grégory Gadebois, Coraly Zahonero, André Marcon. Francia, Lussemburgo, 2024. Animazione.