Cultura & Società

Perché l’Europa non deve discriminare l’italiano

di Nicoletta MaraschioI toni della polemica, che solo circa un mese fa erano molto alti e sembravano non potersi abbassare, ora si sono del tutto affievoliti. Anzi di politica linguistica europea, sui giornali italiani, non si parla di nuovo più. Eppure il tema è di grande importanza. La scintilla che aveva fatto scoppiare un dibattito molto vivace, con tanto di proteste ufficiali da parte sia del nostro governo sia di quello spagnolo, era stata l’esclusione dell’italiano dalle conferenze stampa dei commissari europei, salvo quelle del mercoledì, unico giorno della settimana in cui è garantita a Bruxelles la traduzione delle principali lingue dell’Ue. Fra i primi interventi di denuncia di tale decisione, presa dal presidente Barroso (e dal suo portavoce capo, la francese Françoise Le Bail), si segnala quello del Presidente dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini.

L’Accademia, che fa parte dal 2003 della Federazione europea delle Istituzioni linguistiche nazionali (sito http://www.eurfedling.org), è impegnata da tempo per l’affermazione una politica linguistica europea complessiva, realmente rispettosa del plurilinguismo dell’Unione. Sabatini ha subito sottolineato che la svolta di Barroso rappresentava, di fatto, un declassamento della nostra e di altre lingue a favore del francese, dell’inglese e del tedesco, con conseguenze gravi sulla diffusione dell’italiano all’estero e anche sui nostri rapporti commerciali col resto d’Europa. E ha aggiunto che in mancanza di una politica linguistica ufficiale dell’Unione, democraticamente definita, il procedere per colpi di mano amministrativi rischiava di incrinare il rapporto fondamentale tra lingua e democrazia.

Ora, grazie anche alla reazione negativa di gran parte dell’opinione pubblica italiana, di linguisti autorevoli e di alcuni governi europei, il presidente Barroso ha fatto marcia indietro e l’italiano ha riconquistato, almeno temporaneamente, la posizione di sempre. Vale la pena in proposito ricordare che l’italiano è la lingua di uno dei paesi fondatori dell’Unione (e fra i più popolosi) e che insieme a inglese, francese, tedesco, spagnolo e polacco è anche una delle sei lingue «ponte», utilizzate dai traduttori per ridurre le combinazioni linguistiche possibili (380) fra le 20 lingue ufficiali.

Ma non si tratta evidentemente di una difesa miope della propria lingua. Oggi nessuno Stato europeo può pensare di affrontare la  «questione della lingua» autonomamente, in un’ottica nazionalistica: siamo di fronte ad una «questione della lingua europea» tanto più interessante perché assolutamente inedita nel panorama mondiale.

Il recente accordo sul nuovo Trattato costituzionale ha riproposto, seppur in termini generali, la questione linguistica. C’è, come tutti sanno, alla base dell’Unione un principio fondamentale di salvaguardia del plurilinguismo specifico dell’Europa che è espresso fin dai primi trattati (Roma, 25 marzo 1957). Si tratta di un principio di uguaglianza e democrazia sostanziale che si manifesta in più punti del Trattato costituzionale, a cominciare dagli obiettivi, là dove si afferma che l’Unione «rispetta la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica e vigila alla salvaguardia e allo sviluppo del patrimonio culturale europeo». Ma anche altri articoli contengono riferimenti linguistici: come là dove si precisa che il cittadino europeo ha «Il diritto di presentare petizioni al Parlamento europeo, di ricorrere al mediatore europeo, di rivolgersi alle istituzioni o agli organi consultivi dell’Unione in una delle lingue della Costituzione e di ricevere risposta nella stessa lingualingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali», e là dove si ribadisce che: «L’unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica».

Ma per ubbidire a questi principi e realizzare questi obiettivi occorre impostare una politica linguistica capace di  tutelare le lingue nazionali e insieme promuovere, soprattutto attraverso la scuola, il plurilinguismo individuale (la conoscenza di almeno due lingue straniere oltre quella materna) indispensabili per la comunicazione fra i cittadini europei. Si tratta di una materia particolarmente delicata e complessa in quanto in Europa il processo unitario non prevede affatto un’unificazione linguistica, la quantità e qualità delle lingue in gioco è veramente elevata e le esigenze di salvaguardia del plurilinguismo, che significa pluriculturalismo, si devono conciliare con quelle pratiche di semplificazione comunicativa. Oggi, per la «questione della lingua europea», si ripropone in tutta la sua attualità, in un quadro molto allargato, quello che Gramsci osservava a proposito della «questione della lingua italiana» che ha sempre portato alla superficie una serie di questioni profonde e generali d’ordine sociale e culturale e anche economico.

Nessuno mette in discussione il fatto che l’inglese svolga attualmente quel ruolo di superlingua internazionale (lingua veicolare) che nei secoli passati è stato svolto dal latino e dal francese, ma questo non significa che l’inglese debba diventare la lingua dell’Europa, declassando tutte le altre al rango di dialetti. Il 2001 è stato l’anno delle lingue e le iniziative per favorirne la diffusione e la conoscenza sono state molte. Ma gli esperti  si erano pronunciati già da tempo su questo argomento. Ad esempio nel 1998, in occasione di un importante convegno internazionale tenuto a Lovanio (L’italiano oltre frontiera), i partecipanti avevano elaborato un documento ancora pienamente condivisibile:

Un plurilinguismo reale, che salvaguardi l’identità delle diverse lingue comunitarie giustamente considerate di pari dignità culturale e ufficialmente riconosciute dall’Unione, può essere obiettivamente e realisticamente garantito solo da un modello educativo che promuova per tutti i cittadini europei una competenza anche parziale di almeno tre lingue, preferibilmente appartenenti a gruppi linguistici diversi. Questo richiede da parte degli stati membri un cospicuo investimento di risorse economiche ed umane per l’insegnamento precoce di più lingue e per la promozione di iniziative di intercomprensione all’interno di ciascun gruppo linguistico […]. Un progetto di questo tipo rappresenterebbe una radicale inversione di tendenza rispetto alla situazione attuale ed allontanerebbe il rischio della prevedibile egemonia di una sola lingua».

Su posizioni analoghe è la Federazione europea delle Istituzioni linguistiche nazionali, di cui fa parte la Crusca e il cui statuto (2003) è stato preceduto dalle Raccomandazioni di Mannheim- Firenze per la salvaguardia delle lingue standard europee. Vale la pena leggerne la premessa:

Gli attuali mutamenti nell’economia e nella società investono ugualmente l’intera realtà linguistica europea, specialmente le varietà linguistiche, alle quali qui ci si riferisce, usate nei rispettivi Paesi come lingue standard / nazionali / ufficiali, studiate e utilizzate per l’insegnamento scolastico e riconosciute internazionalmente. Tali lingue garantiscono all’interno del loro dominio il massimo di funzioni linguistiche e assicurano l’identità culturale di coloro che le parlano. L’integrazione europea, in particolare, rappresenta al tempo stesso una sfida e un’occasione per prendere iniziative di promozione di queste lingue. La ricchezza culturale dell’Europa, sulla quale si fonda l’identità Europea, può essere salvaguardata solo mantenendo la diversità linguistica del continente e quindi curando lo sviluppo delle singole lingue e il loro adattamento ai bisogni di comunicazione del mondo moderno.

La Federazione dà particolare importanza al ruolo centrale che dovrebbero svolgere, nella diffusione e nello sviluppo delle lingue nazionali, l’istruzione, i mezzi di comunicazione e l’uso linguistico delle autorità e della pubblica amministrazione. Ogni politico in Europa dovrebbe usare la propria lingua nelle sedi ufficiali. Inoltre se la promozione e la difesa del plurilinguismo europeo è la strada fondamentale per preservare e sviluppare il patrimonio culturale dell’Europa e il sentimento di appartenenza a un’identità europea condivisa, è molto importante dare la possibilità, ai parlanti non nativi di tutte le età, di apprendere la lingua del paese in cui risiedono, conservando al tempo stesso la competenza della loro lingua materna.

Se oggi in Europa non si cerca, come abbiamo visto, l’unità linguistica, ma piuttosto la valorizzazione del plurilinguismo e insieme la possibilità di dialogo fra chi parla lingue materne diverse, possiamo concludere citando le parole di un grande linguista tedesco Harald Weinrich:

Se vogliamo investire non solo del denaro ma anche del tempo di vita nel plurilinguismo non si devono trascurare gli effetti collaterali di quasi tutte le monoculture. Come dimostrano i casi della canna da zucchero, del tabacco e del caffè, per un certo periodo, le monoculture hanno costi di produzione abbastanza bassi, ma alla lunga provocano ogni sorta di disturbi e danni in misura maggiore rispetto alle culture diversificate che invece nel periodo lungo sono più vantaggiose dal punto di vista economico. Questa fondamentale regola ecologica vale anche per le culture linguistiche. In una monocultura anglofona nella quale le informazioni importanti si diffondono in tutto il mondo nella maniera più rapida, si possono diffondere con uguale facilità  anche le più colossali stupidaggini […]. Se si vogliono limitare gli effetti dannosi si deve seguire anche in questo caso la regola d’oro di tutti i consulenti finanziari: diversificare! Questo è un buon consiglio dal punto di vista europeo, poiché proprio attraverso la sua cultura così varia e diversificata, l’Europa è diventata nel corso della sua storia il continente del logos.

La battaglia per la tutela delle lingue nazionali, occorre esserne convinti, non è affatto una battaglia di retroguardia, come si è letto su qualche titolo di giornale, è invece una battaglia decisiva per il futuro di un’Europa che riconosca il valore di identità (personale e politico) delle sue diverse lingue. Esse sono il risultato di una storia secolare, per molti aspetti condivisa, come appare evidente da un lessico intellettuale europeo largamente comune. Occorre che l’Europa sappia tutelare questo prezioso patrimonio e insieme promuovere la conoscenza di più lingue, che è poi il modo migliore per conoscere l’altro. Ma l’Italia, che fa troppo poco per la propria lingua nazionale, in materia di lingue straniere è addirittura fra le ultime della classe!

Ma i cardinali parlano come noiEscluso dall’Europa, l’italiano torna protagonista in Vaticano. Nei giorni trascorsi tra la morte di Giovanni Paolo II e l’elezione di Benedetto XVI, la lingua di Dante e Manzoni è stata probabilmente quella più parlata nelle «sacre stanze».

Se il latino resta la lingua ufficiale della Chiesa cattolica, ed è utilizzato per i documenti, le prolusioni, perfino nelle operazioni di voto («Eligo in summum Pontificem…» è la frase che i 115 elettori hanno trovato stampata sulle schede distribuite in Cappella Sistina) è vero che, con il crescere della presenza internazionale nel collegio cardinalizio, l’italiano si afferma sempre di più come «strumento di comunicazione» più comodo ed efficace. Quasi tutti infatti, tra i cardinali di Santa Romana Chiesa, hanno compiuto i loro studi in teologia nelle università romane, dove le lezioni e gli esami si tengono in italiano; senza contare quelli che, provenienti dalle diversi parti del mondo, sono ormai residenti a Roma come responsabili delle varie Congregazioni vaticane o dei diversi Pontifici Consigli. Così, racconta il cardinale Ennio Antonelli, anche nelle varie «congregazioni dei cardinali» che hanno preceduto l’inizio del conclave molti interventi sono stati tenuti proprio in italiano, anche se ognuno poteva ascoltare in cuffia la traduzione simultanea nella propria lingua. Ma anche nelle conversazioni informali che seguono e accompagnano le assemblee, quelle in cui matura la conoscenza reciproca dei vari «principi della Chiesa», l’italiano, secondo il racconto dell’arcivescovo di Firenze, è una delle lingue più usate. (R.B.)

Aria di casa anche alla Conferenza episcopale polacca L’italiano incalza il latino e sono sempre più numerosi i vescovi che ne fanno uso, anche in occasioni ufficiali come le Conferenze Episcopali nazionali. Testimone di questo cambiamento anche il vescovo di Livorno, monsignor Diego Coletti, recentemente ospite della Conferenza episcopale polacca a Varsavia. «A parte i vescovi polacchi e tra gli ospiti il vescovo francese – racconta – gli altri monsignori: quello spagnolo, quello rumeno, il croato, quello lituano, l’ungherese ed il moldavo hanno parlato in italiano. Mi sembrava quasi di essere a casa!». «D’altra parte – continua il pastore della Chiesa livornese – da quando le grandi Università romane hanno abolito il latino come lingua ufficiale è l’italiano la lingua più comune. Studiano a Roma 7/8000 preti provenienti da tutto il mondo, è normale, quindi, che nelle riunioni ecclesiastiche l’italiano diventi la lingua più comprensibile».«Tra gli esami per diventare prete ci sono ancora il latino ed il greco, indispensabili per saper leggere “le fonti” della fede e per i riti, ma la lingua della conversazione ormai è l’italiano. E pensare che la costituzione apostolica “Veterum sapientia” di Papa Giovanni XXIII (Sullo studio e l’uso del latino) al 6° punto si affida proprio ai seminaristi la diffusione e l’arricchimento della lingua latina!». (C.D.)