Pisa
Pellegrini pisani nella Città Santa

È un pellegrinaggio ricco di suggestioni quello vissuto la scorsa settimana in Terra Santa da poco più di cinquanta pellegrini della nostra diocesi. Una sorta di corso di esercizi spirituali illuminati dalla Parola di Dio, letta e meditata nei luoghi della vita di Gesù.
Tra i pellegrini, l’arcivescovo Alessandro Plotti, diversi sacerdoti, seminaristi, diaconi e molti laici.
Ha guidato il pellegrinaggio don Roberto Filippini, 57 anni, teologo e biblista, delegato arcivescovile per l’ecumenismo e, dal 1999, rettore del seminario. Don Roberto conosce bene la Terra Santa: vi è stato quindici volte in pellegrinaggio.
Che clima si respira oggi in Terra Santa?
«C’è forse un clima più disteso che in passato tra israeliani e palestinesi. Ma anche una particolare tensione tra gli israeliani conservatori ed il governo. Abbiamo visto, anche se fortunatamente non ci siamo imbattuti nelle manifestazioni più violente, tanti segni di disappunto, di contestazione nei confronti della scelta del governo di ritirarsi dagli insediamenti di Gaza. I contestatori del primo ministro israeliano Ariel Sharon si sono dotati di un nastro arancione: e quello è il colore che predomina nella Gerusalemme vecchia».
Il processo di pace non trova consensi?
«La linea di Sharon è probabilmente approvata dalla maggioranza degli israeliani, che se ne stanno in silenzio e per questo non sono visibili. Non ne troviamo molti a Gerusalemme: al muro del pianto si recano soprattutto i religiosi, gli ultraortodossi e tra questi i più sono critici circa le scelte del governo. Anche se fino ad oggi il processo di pace in Terra Santa non ha prodotto risultati rilevanti, c’è molta speranza verso la nuova leadership palestinese, che si è detta contraria alla violenza della seconda Intifada».
Nutre speranza per il futuro?
«L’importante a mio parere è che il governo israeliano renda credibile Abu Maze. È inutile che gli venga chiesto di controllare i gruppi più radicali, quando nemmeno Israele con i mezzi potenti di cui dispone riesce a controllarli. Bisogna che gli israeliani diano autorevolezza al governo palestinese, offrendo concessioni concrete dopo tante promesse, così che il popolo palestinese possa vedere che la via del dialogo paga più che quella delle armi».
La ripresa del turismo religioso sta portando un beneficio per l’economia locale?
«Ripeto, il numero dei pellegrini è ancora risibile rispetto ad un tempo, ma l’economia sta riprendendo fiato. Specie alcune istituzioni (penso alle opere francescane) stanno tornando a vedere un’attività che porta dei frutti. Mentre ancora sono precarie le condizioni delle famiglie che si sostenevano grazie al piccolo commercio o a quei servizi legati alla presenza dei pellegrini. A Betlemme abbiamo incontrato suor Sophie, superiora dell’orfanotrofio, che ci ha messo di fronte alla situazione drammatica del territorio. Qui tutte le attività di tipo commerciale languono. I contadini del territorio erano abituati a portare i loro prodotti a Gerusalemme: oggi sono costretti a fare file di ore ai check-point e spesso devono rinunciare ad uscire. Un contadino si è dato fuoco di fronte ai piccolissimi figli perché non aveva la possibilità di dar loro da mangiare. Le tensioni interne delle famiglie, che questa miseria acuisce, creano casi umani drammatici. Di qui i fenomeni degli incesti, delle ragazze madri vittima di stupri in ambito parentale: molte di loro nascondono la propria gravidanza e affidano i bambini all’orfanotrofio o li abbandonano per strada, avvolti in carta o gettati nei cassonetti. Le suore ne hanno raccolti diversi».
Lei è stato quindici volte in Terra Santa. Cosa le rimarrà di questo pellegrinaggio?
«La vicenda di don Romeo Vio, che desiderava tanto vedere alcuni luoghi non toccati dal pellegrinaggio dello scorso anno. Da poco arrivati, gli è stata comunicata la notizia della morte di un suo chierichetto, scomparso tragicamente in un incidente stradale. Don Romeo ha voluto a tutti i costi tornare in Italia. Quella determinazione ci ha fatto sentire l’amore di un pastore per la sua gente. E tutto questo mentre stavamo meditando insieme il Vangelo, un vangelo che chiama a ogni pie’ sospinto ad una adesione radicale al Signore e ad una vita spesa per i propri fratelli. Un altro particolare del nostro pellegrinaggio che non dimenticherò è la presenza di Giovanni Giuliani, artista raffinato e sensibile che, mentre gli altri membri del gruppo scattavano foto con le loro digitali, armato della sua penna a china ha tracciato velocissimo un centinaio di disegni mirabili dei luoghi e delle persone che speriamo possano diventare un libro testimonianza dell’amore per la bella terra di Gesù».