Prato

Malato di Parkinson? Licenziato

di Giacomo Cocchi Prato e la crisi. Un binomio che da qualche decennio sta caratterizzando la vita lavorativa e sociale della città. E in tempo di crisi, purtroppo, i primi a farne le spese sono quelli, che per un motivo o per un altro, non hanno tutele e protezioni. Però può capitare, ed è il caso della storia che vi stiamo per raccontare, dove anche chi ha pieni diritti può venir «fatto fuori», licenziato, in nome di questa forte e ossessiva crisi del distretto tessile pratese. Lui si chiama Silvano (nome di fantasia) e quattro anni fa ha scoperto di avere una malattia incurabile: il morbo di Parkinson. Silvano, quarantasei anni, è sposato ed ha un figlio adolescente. «La notizia mi ha colto di sorpresa: – racconta Silvano – il medico, che mi ha diagnosticato la malattia, per prima cosa mi ha suggerito di continuare a condurre una vita normale e di rivelare successivamente ad amici e conoscenti, il mio stato di salute. Ma solo quando me la fossi sentita». Così per un certo periodo di tempo, forte del sostegno della moglie, dei genitori e degli amici più cari, Silvano continua la sua vita e il suo lavoro. Da diciannove anni è perito chimico in una tintoria, nella quale riveste un ruolo importante. «Di fatto – spiega Silvano – ho mansioni dirigenziali. Curo la programmazione, tengo contatti con i clienti e gestisco il personale. Insieme ad altri tre colleghi, chimici come me, mando avanti la tintoria». La cura prescritta dal medico, l’assunzione di tre pasticche al giorno, ha un buon effetto e Silvano comincia a vivere, per quanto possibile, in modo più sereno la sua condizione. Si allarga così il numero delle persone messe a conoscenza dello stato di salute dell’uomo. «Decisi – continua Silvano – che era arrivato il momento di comunicarlo ai miei datori di lavoro». Ad aprile di quest’anno, Silvano chiede un incontro con i soci titolari della tintoria. Nel corso della riunione si parla della malattia e di come l’uomo sta vivendo questa sua situazione. I soci si mostrano colpiti e dispiaciuti dalla notizia. «Per questo – dice Silvano – credevo che a breve avremmo trovato un accordo sul futuro. Ad esempio un inquadramento diverso, compatibile con le mie condizioni». Da questo momento inizia la parabola discendente e spiacevole della vicenda. Un mese dopo si tiene la visita medica annuale per i dipendenti della tintoria, il medico del lavoro, evidentemente avvertito dai titolari, consegna a Silvano un referto, già compilato, che lo definisce: «idoneo con limitazioni» al lavoro. Nel documento si fa riferimento a prescrizioni molto vaghe del tipo: stare meno al computer – senza specificare un tempo ben preciso -; non entrare in contatto con sostanze neuro tossiche e lavorare in un «microclima favorevole». «Indicazioni generiche e assurde alle quali dovevo sottostare normalmente nello svolgimento delle mie mansioni» commenta Silvano. I primi di luglio, l’uomo viene convocato dai datori di lavoro, ufficialmente per verificare se gli accorgimenti richiesti dal referto medico stavano producendo i loro effetti. Oltre ai titolari, all’incontro è presente un consulente del lavoro che inizia la riunione con una frase che non lascia presagire nulla di buono: «Sono molto dispiaciuto per quello che sto per fare, ma non posso fare altrimenti». Davanti agli occhi di Silvano viene presentato un foglio che sancisce l’immediato licenziamento. Il perché lo spiega ancora il consulente: «Per via della tua malattia». Sulla comunicazione di fine rapporto invece compare, nero su bianco, un’altra motivazione, c’è scritto «riduzione di personale». «Ma come? – si chiede esterrefatto Silvano – la tintoria ha tantissimo lavoro, anzi non riesce ad evadere in tempo le consegne e vengo licenziato “ufficialmente” con questa motivazione?». L’uomo chiede spiegazioni ai soci, fino a quel momento rimasti in silenzio, ma trova un muro davanti a sé. La decisione era presa. Deluso e molto arrabbiato, Silvano decide di impugnare il licenziamento e si rivolge ad un avvocato. Per prima cosa i medici della Asl redigono un nuovo referto sul suo stato di idoneità al lavoro. E dopo un sopralluogo in tintoria, definiscono Silvano e l’ambiente: assolutamente idonei. «Sono consapevole dei miei limiti – sottolinea Silvano – e disponibile a trovare una collocazione lavorativa compatibile con il mio stato di salute. Posso anche fare un part-time e ridurmi lo stipendio. Ma purtroppo – aggiunge – sono stato oggetto di un gioco sporco, sono stato discriminato per la mia condizione di salute, appiglio al quale si sono aggrappati i miei titolari per ridimensionare il personale». La tintoria in questione è una ditta con meno di quindici dipendenti e dunque in caso di licenziamento senza una «giusta causa» non è possibile il reintegro. A meno che non venga dimostrata, ad esempio, una discriminazione. In questo caso il licenziamento è nullo. «Ho voluto raccontare la mia storia – conclude Silvano – perché ritengo che non sia giusto appellarsi alla crisi, pur reale, per comportarsi in questo modo e pensare di farla franca. I lavoratori hanno diritto a tutele e ad essere trattati in modo onesto e secondo la legge. In particolare coloro che vivono una situazione come la mia, di persona malata, giovane e con una famiglia a carico». Entro un mese la vicenda sarà sottoposta alla decisione del giudice del lavoro, il quale dovrà pronunciarsi e stabilire la legittimità del licenziamento.

(dal numero 36 dell’11 ottobre 2009)