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Le guerre dimenticate

di Ennio CicaliDal 1945 a oggi colpi di stato, rivoluzioni, sommosse cruente, azioni militari e conflitti armati si sono alternati. Televisione, radio, giornali ci ricordano quotidianamente che in qualche parte del mondo si combatte. Quante guerre ci sono state, dopo il 1945? Nemmeno una di esse è stata formalmente dichiarata. Nessuna chiara definizione sui tanti conflitti.

Iraq, Afghanistan, Israele, Palestina fanno passare in secondo piano le tante guerre che imperversano in ogni parte del mondo. Come in Angola dove si combatte da oltre 25 anni con un bilancio tremendo: 1 milione di morti e circa 2 milioni di profughi. O la Colombia da ormai 39 anni in preda a una sanguinosa guerra civile che ha provocato oltre 200 mila morti. Le drammatiche condizioni della comunità Maya sono all’origine della rivolta del Chiapas.

Molti sono i conflitti interetnici in Africa come quello del Burundi, che dura da molti anni anche se ufficialmente risale al 1993, con ripercussioni in Ruanda, Uganda, Tanzania (per l’enorme flusso di profughi) e Repubblica democratica del Congo.

Il controllo della ricca produzione di diamanti è all’origine della guerra civile in Sierra Leone tra governo e Ruf (Fronte unito rivoluzionario). Oltre mezzo milione di profughi, con un altissimo tasso di mortalità per la fame e le malattie infettive. Guerra civile anche nella confinante Liberia.

La guerra tra Etiopia e Eritrea è uno dei rari conflitti africani dovuti a dispute di confine. Cominciato nel 1998 la guerra ha avuto costi enormi: 150 mila caduti e oltre mezzo milione di profughi, annientata la capacità produttiva dei due paesi, decine di migliaia di vittime per fame e malattie.

Il conflitto tra governo di Algeri e i gruppi integralisti islamici prosegue dal 1992, anno in cui il Fronte islamico di salvezza (Fis) è messo fuori legge dopo avere vinto le elezioni. Nonostante le iniziative di riconciliazione del gennaio 2000 i ribelli islamici hanno proseguito la lotta antigovernativa. Oltre 100 mila le vittime, quasi tutti civili inermi.

Dal 1983 il Movimento per la liberazione del Sudan e altri gruppi minori si battono per l’indipendenza dal governo islamico di Khartoum. Tutti gli accordi per il cessate il fuoco del 2000 sono costantemente violati da entrambi i contendenti. Tra il 1983 e il 2000 si stima siano morte circa 2 milioni di persone, oltre 4 milioni i profughi.

La guerra nella Repubblica democratica del Congo è tra le più complesse e spietate del continente africano e ha coinvolto Angola, Namibia e Zimbabwe al fianco del governo, Uganda e Ruanda a sostegno di due opposti gruppi di ribelli congolesi. Falliti i numerosi negoziati di pace, i 224 osservatori delle Nazioni unite assistono impotenti ai massacri: 1 milione 800 mila le vittime, per la stragrande maggioranza civili. All’origine del conflitto le enormi ricchezze minerarie e forestali del Congo, in particolare diamanti e coltan (un minerale utilizzato per l’alta tecnologia). Tensione anche nel Congo Brazzaville e nella Costa d’Avorio.

La grave crisi economica della Nigeria – paese ricchissimo di petrolio – acuisce gli odi etnici e tribali: una guerra tra poveri che ogni tanto esplode con violenti scontri e massacri tra cristiani e musulmani. Non trova pace la Repubblica Centroafricana. Dalla fine degli anni ’80 l’Uganda è teatro di violenti conflitti tra governativi e ribelli che fanno combattere anche i bambini da essi rapiti. Ruanda, Senegal e Somalia sono anch’esse preda di violente guerre civili.

Rischia di provocare un’escalation nucleare tra India e Pakistan la guerra tra governo indiano e guerriglieri separatisti nelle regioni del Jammu e del Kashmir, che prosegue senza sosta dal 1989 che avrebbe provocato migliaia di vittime (dalle 30 mila ai 70 mila secondo le stime). Il conflitto assume carattere internazionale per l’appoggio fornito dal Pakistan ai gruppi ribelli e le frequenti scaramucce di confine tra i due eserciti regolari pakistano e indiano.

A cavallo tra Cina e India, il Nepal è insanguinato dalla «guerra del popolo». Focolai di guerriglia anche nell’India nord orientale, mentre nello Sri Lanka il conflitto assume carattere religioso per lo scontro tra maggioranza buddista e minoranza indù. Nel 1999 nelle Molucche è scoppiata per futili motivi (un autobus guidato da un autista cristiano investì un ragazzo musulmano) una vera e propria guerra di religione tra musulmani e cristiani. È una «guerra a bassa intensità» quella che si combatte nella Papuasia tra la popolazione indigena, armata di archi e frecce e il governo di Giacarta. Nelle Filippine il Fronte di liberazione Moro è in guerra dal 1984 con il governo di Manila per la conquista di uno stato islamico indipendente nell’isola di Mindanao.

La Birmania, ex colonia britannica, è allo sbando, sconvolta da 50 anni di conflitti, sia etnici sia politici. Centinaia di migliaia di profughi e migliaia di morti: drammatico il problema delle mine anti-uomo. È dal 1976 che l’ex regno di Aceh lotta per l’indipendenza dalla pluridecennale occupazione indonesiana.

I curdi, 30 milioni di persone che vivono in un’area chiamata Kurdistan, che si estende in Turchia, Iraq, Iran, Armenia e Siria, combattono dal 1920 per il riconoscimento del loro diritto all’autodeterminazione.

La dissoluzione dell’Unione Sovietica ha innestato duri scontri per l’indipendenza in Cecenia e Abkhazia. Focolai di tensione anche in Macedonia, finora non coinvolta nel conflitto seguito alla disgregazione della ex Jugoslavia.

In Europa sono attivi due movimenti indipendentisti. L’Eta porta avanti da decenni la resistenza contro la Spagna per l’indipendenza del Paese Basco. In Irlanda del Nord, cattolica e repubblicana, ha radici secolari la lotta per l’indipendenza contro il governo di Londra, monarchico e protestante. Una guerra civile che dal ’69 ha fatto circa 3.300 morti e 38 mila feriti.

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