Pisa

GESU VIENE PER TUTTIL’altro Natale: quello vissuto al freddo e al gelo dai senza fissa dimora o dai detenuti del carcere don Bosco di Pisa di Andrea Bernardini

Fa freddo. In casa ritocchi al rialzo la temperatura dei termosifoni, in barba alle notizie che danno per certo l’aumento del prezzo del gas. Sul divano, coperto da un plaid, ti appisoli davanti alla tv. Poi ti sposti sul letto, ma non riesci a dormire, disturbato dalle raffiche di vento che strapazzano le finestre.E pensi: chissà se riuscirà a superare anche questo inverno Pietro, 52 anni per l’anagrafe (ma ne dimostra molti di più), disteso su una panchina nei dintorni del Giardino Scotto. Di origine ligure, lavorava in un istituto creditizio del padre e parla ancora da esperto finanziere di azioni, bot, indici…. Poi una lunga depressione, seguita all’alienazione della banca, il licenziamento, la scelta di vivere in strada. A Pisa gli operatori di strada lo conoscono da almeno dieci anni. Ma non riescono ad avvicinarlo più di tanto: quando hanno individuato dove si trova, a distanza di qualche metro gli lasciano un pasto caldo dentro un sacchetto della spazzatura… sanno infatti che lui si ciba solo rovistando nei rifiuti.Sono almeno un centinaio, nel solo capoluogo, i senza fissa dimora. Vivono nei dintorni della stazione ferroviaria, in baracche sul greto dell’Arno, all’ombra di sottopassi, in largo Ciro Menotti o nei vicoli del centro storico. Si occupano di loro, per quello che possono, gli operatori del «progetto homeless» ed i volontari delle associazioni «Amici della strada», «Ronda della carità» e «Comunità Sant’Egidio». Alla sera gli operatori ritirano dalla mensa universitaria i pasti in esubero non consumati dagli studenti, li sporzionano nella sede del dormitorio, in via Bandi a Sant’Ermete. Poi partono in cerca degli homeless. Cinquanta/sessanta pasti, «ma gli utenti sono molti di più, in tanti non si fanno agganciare» dice Marco Arzilli, operatore del dormitorio. Da alcune ditte, su richiesta della Caritas, arrivano sacchi a pelo e teli. Anche questi vengono distribuiti a quanti si fanno avvicinare. Così si tenta si arrivare al mattino. Alcuni accettano di passare la notte al dormitorio pubblico. Può ospitare 22 posti oltre ad uno destinato all’emergenza sanitaria. Gli operatori si attendono di rivedere da un momento all’altro Luigi, originario di Cascina. Adesso lavora in Piemonte, sella i cavalli. «Ma non è riuscito mai a tenere un lavoro per più di tre mesi» dicono al dormitorio. Sì, perché Luigi è alcolista ed ogniqualvolta riesce a guadagnar qualcosa, spende tutto… nell’alcol. Bazzica la frazione di Sant’Ermete, si è fatto amico qualche commerciante della zona: chi gli offre il caffè, chi un panino. Salvatore, invece, non ce l’ha fatta. Di origini sarde, passava le giornate di fronte all’elenco telefonico in cerca di quei nominativi che avessero davanti al cognome la qualifica di ingegnere, dottore, professore… poi scriveva loro una lettera raccontando la sua storia. Si costruiva così un suo portafoglio clienti. Di certo non si arricchiva, ma dalla risposta di qualche anima generosa è riuscito a tirare avanti… finché un infarto non ha piegato la sua vita.Ha fatto tanta vita di strada Mirko, 50 anni, di San Giuliano Terme. Un’infanzia vissuta all’Istituto degli Innocenti, e poi, da qui, una vita vissuta tra hashish, eroina, furti, rapine. La polizia lo beccò per la prima volta a dodici anni, da allora ha conosciuto molte volte il carcere e altrettante le comunità di recupero: il Ceis di Lucca o il Doccio a Bientina, ad esempio. Schiavo della droga, ha finito per lasciare moglie e figlio, rimettendosi in strada. Quando tutto sembrava perduto, ha incontrato figure straordinarie che gli hanno dato fiducia. Assalito da un melanoma che avrebbe dovuto portarlo a morte entro sei mesi, ne è uscito sano… un miracolato. Adesso lavora in un teatro pisano, e vive in una situazione familiare decentemente tranquilla. La notte di Natale anche lui accenderà, in una chiesa del lungomonte, una candela, per ringraziare quel Gesù, così lontano, così vicino. Continua a ripetere: «Se ci sono riuscito io…» Dio ama tutti gli uomini, proprio tutti. E per testimoniarlo ha mandato duemila anni fa Gesù.Ne è convinto anche l’arcivescovo, don Roberto Filippini e tutta la cappellania carceraria che nel giorno di Natale – alle nove del mattino – si danno appuntamento al «don Bosco» per una celebrazione eucaristica cui partecipano, eccezionalmente, i detenuti di tutte le sezioni.