Firenze
Gambelli: Natale sia festa di speranza e solidarietà
Tanti i temi affrontati nel tradizionale scambio di auguri con i giornalisti

“Aprire gli occhi per vivere la bellezza insieme alla solidarietà”. Questo l’augurio dell’arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli ai fiorentini, durante il tradizionale incontro di auguri con i giornalisti, “A Firenze – ha affermato – vicino a una chiesa, a un luogo artistico c’è sempre un luogo di solidarietà. Mi piacerebbe che riscoprissimo questo, che accanto alla bellezza dei monumenti noi riscoprissimo la bellezza dei gesti di solidarietà. Ce ne sono tanti, noi siamo molto critici ma se guardiamo ce ne sono tanti: a Vicchio ad esempio in questi giorni una comunità di famiglie sta accogliendo profughi siriani. Dobbiamo uscire dal criticare sempre, che non ci aiuta a risolvere i problemi, la casa, il lavoro, tutte le difficoltà che stiamo vivendo. La luce del Natale ci invita ad avere speranza, e la speranza nasce anche dalla solidarietà”
“Gli eventi tragici ci interrogano” ha detto Gambelli, con un pensiero ai morti nell’esplosione di Calenzano, alla tragedia familiare di questi giorni al Galluzzo, ma anche ai morti del cantiere di via Mariti di pochi mesi fa. Oltre a tutto questo, sarà il terzo Natale in un clima di guerra. “Prendendo spunto da Gandhi – ha spiegato – ho scritto questo augurio: “sii tu la luce che vorresti vedere nel mondo”. Sono tornato ora dall’Africa e non c’ero abituato, mi sembra che le luci natalizie si accendano sempre prima. Questo forse ci impedisce di accogliere la vera luce che deve illuminare il cuore, senza la quale non riusciamo a dire una parola sensata di fronte alle tante situazioni di sofferenza. Tante sofferenze nascono dall’egoismo, dalla globalizzazione dell’indifferenza. Ma sono anche tempi in cui germoglia la speranza”.
Gambelli ha spiegato anche la sua decisione di celebrare la Messa nel giorno di Natale – dopo la veglia in cattedrale – alle Piagge, una periferia fiorentina dove opera da tanti anni don Alessandro Santoro: “L’idea è nata da un incontro con don Alessandro Santoro, sono andato a trovarlo, abbiamo condiviso le gioie e le preoccupazioni. Siamo stati in seminario insieme, lo conosco. Mi sembrava importante la presenza del vescovo nel giorno di Natale come segno di Chiesa in uscita che va verso le periferie. Interpreto il ruolo del vescovo così, come colui che deve dare una parola di incoraggiamento, una parola buona per incoraggiare chi si mette vicino agli ultimi. Così troviamo la gioia, non soltanto per lavorare per un mondo più giusto ma anche per ascoltare le persone povere. Spesso le persone povere sono più generose delle persone ricche perché conoscono il bisogno di essere aiutate. Mi sembra che don Alessandro sia uno che ama i poveri e vive insieme a loro. Vorrei che fosse l’inizio di un percorso di attenzione. Chi si impegna in queste situazioni vive tante fatiche. Giovanni Paolo II parlava delle strutture di peccato: di fronte a queste realtà ci viene da abbassare le braccia, invece dobbiamo perseverare. Il vescovo è come l’allenatore che deve incitare i suoi giocatori ad andare avanti. Il papa ci dice che il male non è mai invincibile”.
Qui l’arcivescovo ha aggiunto una battuta sull’eccesiva burocratizzazione che complica le attività benefiche: “Tornando dall’Africa mi sono trovato alle prese con lo Spid e cose simili, mi è venuta voglia di tornare indietro”
Questi primi mesi alla guida della Chiesa fiorentina, ha proseguito, “sono stati mesi molto intensi, tanti incontri, ringrazio Dio perché ho conosciuto tante realtà che mi hanno riempito di gioia, tanto bene nascosto. Ricordo ad esempio la casa dei sogni in via Gioberti, per ragazzi con Trisomia 21 che vivono in autonomia, ho cenato con loro, mi ha molto colpito. Per i cambiamenti c’è bisogno di pazienza, il tempo è superiore allo spazio: bisogna generare processi di cambiamento, con il coraggio dei piccoli gesti e delle azioni di ogni giorno”.
Altro tema affrontato, l’emergenza casa: “l’impegno che la Caritas sta mettendo è importante, ci vuole anche una sensibilizzazione attraverso le parrocchie, le associazioni cattoliche. Nel Giubileo metteremo l’accento su questa cosa. Ricordo quando ero a Rifredi, due persone anziane erano andate a vivere insieme per lasciare una casa libera. Non so se questo risolverà il problema abitativo ma può far cambiare la mentalità. L’egoismo ci rende tristi”.
A proposito del Giubileo, che a Firenze sarà aperto con una celebrazione domenica 29 dicembre: “Oltre alla cattedrale ci saranno le chiese giubilari. Oasi di spiritualità in cui vorremmo aiutare le persone a trovare un ristoro. “Pellegrini di speranza”, è una formula che mi piace. Le chiese saranno luoghi in cui ci sia sempre un prete presente per ascoltare. Il report Caritas ci dice che una delle richieste più frequenti è quella di essere ascoltati. Proporremo anche alcuni momenti di riflessione, nel 2025 approfondiremo anche il Credo a 1700 anni dal Concilio di Nicea, ci saranno dei momenti in Cattedrale a partire dai testi del Magistero. Ci saranno delle sale dell’Acec in cui saranno proiettati film sul tema della speranza. Ci sarà anche la possibilità di un percorso biblico a partire dalla Porta del Paradiso nel museo del Duomo. Non ci sono porte sante a Firenze, mi auguro che il Giubileo sia vissuto nel suo senso più profondo, quello biblico: il tempo di giustizia, in cui vengono condonati i debiti”.
“Un’attenzione particolare – ha aggiunto – nel Giubileo è per i carcerati, con cui sono stato a celebrare la Messa in questi giorni. Del carcere se ne parla molto ma si agisce poco. Non ho trovato grande differenza rispetto a quando ero lì come cappellano, ci sono molte situazioni critiche. Si fa poco per accompagnare chi è a fine pena. Il sovraffollamento non aiuta il percorso riabilitativo, la recidiva è molto alta, tante persone escono e rientrano. Quando si parla di sicurezza in città, è una catena: se non c’è attenzione alla rieducazione non si può neanche parlare di sicurezza”.
Sono maturi i tempi per un Sinodo diocesano, come quello concluso nel 1992? “C’è il Cammino sinodale – ha risposto Gambelli – siamo nella fase profetica in cui dovranno essere prese decisioni. L’aspetto della sinodalità è qualcosa che deve caratterizzare la vita della Chiesa. Ho chiesto che ogni anno ci sia un’assemblea di apertura e una di chiusura. Nulla toglie che ci possa essere un Sinodo della Chiesa fiorentina per metterci in ascolto di tutti. Sono convinto che oggi nel mondo c’è tanta sete di senso e quando cerchiamo di intercettare questa sete possiamo camminare insieme, non solo come membri della Chiesa ma camminare insieme col mondo, ad esempio con persone appartenenti ad altre religioni che hanno tanti tesori da condividere con i quali possiamo impegnarci per costruire un mondo più giusto e fraterno”.
L’incontro si è concluso con il ringraziamento ai giornalisti, in un tempo, ha detto, in cui “c’è bulimia di informazione a anoressia di approfondimento. Vi auguro di essere luci che aiutano le persone a orientarsi e a vivere con più coraggio”. Infine, un pensiero a un giornalista da poco scomparso, che era sempre presente a questi appuntamenti: “Ricordo con affetto Franco Mariani, un esempio di grande fede e grande amore per la sua professione”.