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Discorsi nella visita a Nomadelfia e Loppiano

Incontro con la Comunità di Nomadelfia

Cari fratelli e sorelle di Nomadelfia!

Sono venuto qui tra voi nel ricordo di Don Zeno Saltini e per esprimere il mio incoraggiamento alla vostra comunità da lui fondata. Vi saluto tutti con affetto: il vostro presidente Francesco Matterazzo, il parroco don Ferdinando Neri, i numerosi amici e il Vescovo di Grosseto, nella cui diocesi siete inseriti e che segue con cura il cammino dell’opera di Don Zeno. Nomadelfia è una realtà profetica che si propone di realizzare una nuova civiltà, attuando il Vangelo come forma di vita buona e bella.

Il vostro Fondatore si è dedicato con ardore apostolico a preparare il terreno alla semente del Vangelo, affinché potesse portare frutti di vita nuova. Cresciuto in mezzo ai campi delle fertili pianure dell’Emilia, egli sapeva che, quando arriva la stagione adatta, è il tempo di mettere mano all’aratro e preparare il terreno per la semina. Gli era rimasta impressa la frase di Gesù: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,62). La ripeteva spesso, forse presagendo le difficoltà che avrebbe incontrato per incarnare, nella concretezza del quotidiano, la forza rinnovatrice del Vangelo.

La Legge della fraternità, che caratterizza la vostra vita, è stato il sogno e l’obiettivo di tutta l’esistenza di Don Zeno, che desiderava una comunità di vita ispirata al modello delineato negli Atti degli Apostoli: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti avevano un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (At 4,32). Vi esorto a continuare questo stile di vita, confidando nella forza del Vangelo e dello Spirito Santo, mediante la vostra limpida testimonianza cristiana.

Di fronte alle sofferenze di bambini orfani o segnati dal disagio, Don Zeno comprese che l’unico linguaggio che essi comprendevano era quello dell’amore. Pertanto, seppe individuare una peculiare forma di società dove non c’è spazio per l’isolamento o la solitudine, ma vige il principio della collaborazione tra diverse famiglie, dove i membri si riconoscono fratelli nella fede. Così a Nomadelfia, in risposta a una speciale vocazione del Signore, si stabiliscono legami ben più solidi di quelli della parentela. Viene attuata una consanguineità con Gesù, propria di chi è rinato dall’acqua e dallo Spirito Santo e secondo le parole del divino Maestro: «Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,35). Questo speciale vincolo di consanguineità e di familiarità, è manifestato anche dai rapporti reciproci tra le persone: tutti si chiamano per nome, mai con il cognome, e nei rapporti quotidiani si usa il confidenziale “tu”.

Voglio sottolineare anche un altro segno profetico, un segno di grande umanità di Nomadelfia: si tratta dell’attenzione amorevole verso gli anziani che, anche quando non godono di buona salute, restano in famiglia e sono sostenuti dai fratelli e dalle sorelle di tutta la comunità. Continuate su questa strada, incarnando il modello dell’amore fraterno, anche mediante opere e segni visibili, nei molteplici contesti dove la carità evangelica vi chiama, ma sempre conservando lo spirito di Don Zeno che voleva una Nomadelfia “leggera” ed essenziale nelle sue strutture. Di fronte a un mondo che talvolta è ostile agli ideali predicati da Cristo, non esitate a rispondere con la testimonianza gioiosa e serena della vostra vita, ispirata al Vangelo.

Vi ringrazio tanto per il calore e il clima di famiglia con cui mi avete accolto. È stato un incontro breve ma carico di significato e di emozione; lo porterò con me, specialmente nella preghiera. Porterò i vostri volti: i volti di una grande famiglia col sapore schietto del Vangelo.

E adesso, gustando la gioia di essere tutti fratelli perché figli del Padre celeste, recitiamo insieme il Padre nostro.

Recita del Padre Nostro

Ed ora imparto a tutti voi, alle vostre famiglie, alle persone care la Benedizione apostolica, invocando su ciascuno la luce e la forza dello Spirito Santo.

Benedizione

E pregate per me, non dimenticatevi.

* * *

Parole conclusive

Grazie tante per l’accoglienza. E per i doni, che sono “doni di famiglia”, questo è molto importante: sono doni che vengono dal cuore, dalla famiglia, da qui; semplici, ma ricchi di significato.

Grazie tante! Grazie dell’accoglienza, della vostra gioia.

E andate avanti! Grazie.

Incontro con la Comunità del Movimento dei Focolari (Loppiano)

Cari Fratelli Vescovi,Autorità, e tutti voi,

grazie per la vostra accoglienza! Vi saluto tutti e ciascuno, e ringrazio Maria Voce per la sua introduzione… chiara, tutto chiarissimo! Sì vede che ha le idee chiare!

Sono molto contento di trovarmi oggi in mezzo a voi qui a Loppiano, questa piccola “città”, nota nel mondo perché è nata dal Vangelo e del Vangelo vuole nutrirsi. E per questo è riconosciuta come propria città di elezione e di ispirazione da tanti che sono discepoli di Gesù, anche da fratelli e sorelle di altre religioni e convinzioni. A Loppiano tutti si sentono a casa!

Ho voluto venire a visitarla anche perché, come sottolineava colei che ne è stata l’ispiratrice, la serva di Dio Chiara Lubich, vuole essere un’illustrazione della missione della Chiesa oggi, così come l’ha tracciata il Concilio Ecumenico Vaticano II. E mi rallegro di dialogare con voi per mettere sempre più a fuoco, in ascolto del disegno di Dio, il progetto di Loppiano a servizio della nuova tappa di testimonianza e annuncio del Vangelo di Gesù a cui lo Spirito Santo oggi ci chiama.

Io conoscevo le domande, si capisce! E adesso rispondo alle domande. Le ho inserite qui tutte.

Prima Domanda

Padre Santo buongiorno, abbiamo appena sentito Maria Voce parlare di una legge di Loppiano: l’amore scambievole, il comandamento nuovo del Vangelo. E in questi anni lo abbiamo preso molto sul serio e abbiamo cercato di far sì che non fosse soltanto un impegno privato, ma un impegno collettivo, di tutti. Che su questo impegno di vivere l’amore scambievole, si fondasse Loppiano; tanto è vero che, ancora nel 1980, un po’ di anni fa, quando eravamo un po’ più giovani, e tante persone c’erano allora – e sono qui oggi -, Chiara ci ha proposto di fare un vero e proprio patto: cioè di scriverlo questo impegno, e di firmarlo. E questo lo rinnoviamo ogni giorno, e lo proponiamo alle persone che vengono, fosse anche per un giorno solo, perché è solo così che si diventa cittadini di Loppiano.

Santo Padre, vivere il comandamento nuovo è il punto di partenza della nostra vita cristiana e ne è anche il punto di arrivo: il traguardo a cui vogliamo tendere.

Dopo il periodo della fondazione vissuto con Chiara, ci troviamo adesso a vivere una fase nuova. È forse passato per qualcuno il tempo dell’entusiasmo; è senz’altro più difficile individuare le vie da percorrere per dare incarnazione alla profezia degli inizi. Come vivere, Santo Padre, questo momento?

Papa Francesco

La prima domanda me la ponete voi, “pionieri” di Loppiano, che per primi, più di 50 anni fa, e poi via via nei decenni successivi, vi siete lanciati in questa avventura, lasciando le vostre terre, le vostre case e i vostri posti di lavoro per venire qui a spendere la vita e realizzare questo sogno. Prima di tutto grazie, grazie per quello che avete fatto, grazie per la vostra fede in Gesù! È Lui che ha fatto questo miracolo, e voi [avete messo] la fede. E la fede lascia che Gesù operi. Per questo la fede fa miracoli, perché lascia il posto a Gesù, e Lui fa miracoli uno dietro l’altro. La vita è così!

A voi “pionieri”, e a tutti gli abitanti di Loppiano, mi viene spontaneo ripetere le parole che la Lettera agli Ebrei rivolge a una comunità cristiana che viveva una tappa del suo cammino simile alla vostra. Dice la Lettera agli Ebrei: «Richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa […]. Infatti […] avete accettato con gioia di essere privati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e duraturi. Non abbandonate la vostra franchezza – la vostra parresia, dice -, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di perseveranza – di hypomoné, è la parola che usa, cioè portare sulle spalle il peso di ogni giorno -, perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso» (10,32-36).

Sono due parole-chiave, ma nella cornice della memoria. Quella dimensione “deuteronomica” della vita: la memoria. Quando, non dico un cristiano, ma un uomo o una donna, chiude la chiave della memoria, incomincia a morire. Per favore, memoria. Come dice l’autore della Lettera agli Ebrei: «Richiamate alla memoria quei primi giorni…». Con questa cornice di memoria si può vivere, si può respirare, si può andare avanti, e portare frutto. Ma se tu non hai memoria… I frutti dell’albero sono possibili perché l’albero ha delle radici: non è uno sradicato. Ma se tu non hai memoria, sei uno sradicato, una sradicata, non ci saranno dei frutti. Memoria: questa è la cornice della vita.

Ecco due parole-chiave del cammino della comunità cristiana in questo testo: parresia e hypomoné. Coraggio, franchezza, e sopportare, perseverare, portare il peso di ogni giorno sulle spalle.

Parresia, nel Nuovo Testamento, dice lo stile di vita dei discepoli di Gesù: il coraggio e la sincerità nel dare testimonianza della verità e insieme la fiducia in Dio e nella sua misericordia. Anche la preghiera deve essere con parresia. Dire le cose a Dio “in faccia”, con coraggio. Pensate a come pregava il nostro padre Abramo, quando ha avuto il coraggio di chiedere a Dio di “contrattare” sul numero dei giusti in Sodoma: “E se fossero trenta?… E se fossero venticinque?… E se fossero quindici?…” Quel coraggio di lottare con Dio! E il coraggio di Mosè, il grande amico di Dio, che gli dice in faccia: “Se tu distruggi questo popolo, distruggi anche me”. Coraggio. Lottare con Dio nella preghiera. Ci vuole parresiaparresia nella vita, nell’azione, e anche nella preghiera.

La parresia esprime la qualità fondamentale nella vita cristiana: avere il cuore rivolto a Dio, credere nel suo amore (cfr 1Gv 4,16), perché il suo amore scaccia ogni falso timore, ogni tentazione di nascondersi nel quieto vivere, nel perbenismo o addirittura in una sottile ipocrisia. Tutti tarli che rovinano l’anima. Occorre chiedere allo Spirito Santo la franchezza, il coraggio, la parresia – sempre unita al rispetto e alla tenerezza – nel testimoniare le opere grandi e belle di Dio, che Lui compie in noi e in mezzo a noi. E anche nelle relazioni dentro la comunità occorre essere sempre sinceri, aperti, franchi, non paurosi né pigri né ipocriti. No, aperti. Non stare in disparte, per seminare zizzania, mormorare, ma sforzarsi di vivere da discepoli sinceri e coraggiosi in carità e verità. Questo seminare zizzania, voi sapete, distrugge la Chiesa, distrugge la comunità, distrugge la propria vita, perché avvelena anche te. E quelli che vivono di chiacchiericcio, che vanno sempre mormorando uno dell’altro, a me piace dire – lo vedo così – che sono dei “terroristi”, perché sparlano degli altri; ma sparlare di qualcuno per distruggerlo è fare come il terrorista: va con la bomba, la butta, distrugge, e poi se ne va tranquillo. No. Aperti, costruttivi, coraggiosi in carità.

E poi l’altra parola: hypomoné, che possiamo tradurre come il sotto-stare, sopportare. Il rimanere e imparare ad abitare le situazioni impegnative che la vita ci presenta. L’Apostolo Paolo con questo termine esprime la costanza e la fermezza nel portare avanti la scelta di Dio e della vita nuova in Cristo. Si tratta di tenere ferma questa scelta anche a costo di difficoltà e contrarietà, sapendo che questa costanza, questa fermezza e questa pazienza producono la speranza. Così dice Paolo. E la speranza non delude, (cfr Rm 5,3-5). Questo mettitelo nella testa: la speranza non delude mai! Mai delude! Per l’Apostolo il fondamento della perseveranza è l’amore di Dio versato nei nostri cuori col dono dello Spirito, un amore che ci precede e ci rende capaci di vivere con tenacia, serenità, positività, fantasia… e anche con un po’ di umorismo, persino nei momenti più difficili. Chiedete la grazia dell’umorismo. È l’atteggiamento umano che più si avvicina alla grazia di Dio. L’umorismo. Ho conosciuto un santo prete, impegnato fino ai capelli di cose da fare – andava, andava… – ma mai smetteva di sorridere. E poiché aveva questo senso dell’umorismo, quelli che lo conoscevano dicevano di lui: “Ma questo è capace di ridere degli altri, di ridere di sé stesso e anche di ridere della propria ombra!” Così è l’umorismo!

La Lettera agli Ebrei invita inoltre a «richiamare alla memoria quei primi giorni», cioè a riaccendere nel cuore e nella mente il fuoco dell’esperienza da cui tutto è nato.

Chiara Lubich ha sentito da Dio la spinta a far nascere Loppiano – e poi le altre cittadelle che sono sorte in varie parti del mondo – contemplando, un giorno, l’abbazia benedettina di Einsiedeln, con la sua chiesa e il chiostro dei monaci, ma anche con la biblioteca, la falegnameria, i campi… Lì, nell’abbazia, Dio è al centro della vita, nella preghiera e nella celebrazione dell’Eucaristia, da cui scaturisce e si alimenta la fraternità, il lavoro, la cultura, l’irradiazione in mezzo alla gente della luce e della energia sociale del Vangelo. E così Chiara, contemplando l’abbazia, è stata spinta a dar vita a qualcosa di simile, in forma nuova e moderna, in sintonia col Vaticano II, a partire dal carisma dell’unità: un bozzetto di città nuova nello spirito del Vangelo.

Una città in cui risalti innanzitutto la bellezza del Popolo di Dio, nella ricchezza e varietà dei suoi membri, delle diverse vocazioni, delle espressioni sociali e culturali, ciascuno in dialogo e a servizio di tutti. Una città che ha il suo cuore nell’Eucaristia, sorgente di unità e di vita sempre nuova, e che si presenta agli occhi di chi la visita anche nella sua veste laica e feriale, inclusiva e aperta: con il lavoro della terra, le attività dell’impresa e dell’industria, le scuole di formazione, le case per l’ospitalità e gli anziani, gli ateliersartistici, i complessi musicali, i moderni mezzi di comunicazione…

Una famiglia in cui tutti si riconoscono figli e figlie dell’unico Padre, impegnati a vivere tra loro e verso tutti il comandamento dell’amore reciproco. Non per starsene tranquilli fuori dal mondo, ma per uscire, per incontrare, per prendersi cura, per gettare a piene mani il lievito del Vangelo nella pasta della società, soprattutto là dove ce n’è più bisogno, dove la gioia del Vangelo è attesa e invocata: nella povertà, nella sofferenza, nella prova, nella ricerca, nel dubbio.

Il carisma dell’unità è uno stimolo provvidenziale e un aiuto potente a vivere questa mistica evangelica del noi, e cioè a camminare insieme nella storia degli uomini e delle donne del nostro tempo come “un cuore solo e un’anima sola” (cfr At 4,32), scoprendosi e amandosi in concreto quali “membra gli uni degli altri” (cfr Rm 12,5). Per questo Gesù ha pregato il Padre: «perché tutti siano uno come io e te siamo uno» (Gv 17,21), e ce ne ha mostrato in Sé stesso la via fino al dono completo di tutto nello svuotamento abissale della croce (cfr Mc 15,34; Fil 2,6-8). È quella spiritualità del “noi”. Voi potete fare a voi stessi, e anche agli altri, per scherzare, un test. Un prete che è qui – più o meno nascosto – lo ha fatto a me questo test. Mi ha detto: “Mi dica, padre, qual è il contrario dell’ ‘io’, l’opposto dell’ ‘io’? E io sono caduto nel tranello, e subito ho detto: ‘Tu’. E lui mi ha detto: “No, il contrario di ogni individualismo, sia dell’io sia del tu, è ‘noi’. L’opposto è noi”. È questa spiritualità del noi, quella che voi dovete portare avanti, che ci salva da ogni egoismo e ogni interesse egoistico. La spiritualità del noi.

Non è un fatto solo spirituale, ma una realtà concreta con formidabili conseguenze – se lo viviamo e se ne decliniamo con autenticità e coraggio le diverse dimensioni – a livello sociale, culturale, politico, economico… Gesù ha redento non solo il singolo individuo, ma anche la relazione sociale (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 178). Prendere sul serio questo fatto significa plasmare un volto nuovo della città degli uomini secondo il disegno d’amore di Dio.

Loppiano è chiamata a essere questo. E può cercare, con fiducia e realismo, di diventarlo sempre meglio. Questo è l’essenziale. E da qui bisogna sempre di nuovo ripartire.

Questa è la risposta alla prima domanda: ripartire sempre, ma da questa realtà, che è viva. Non dalle teorie, no, dalla realtà, da come si vive. E quando la realtà si vive autenticamente, è proprio un anello di questa catena che ci aiuta ad andare avanti.

Domanda n. 2

Buongiorno Papa Francesco! Sono Xavier e vengo dalla Colombia. Prima di tutto La ringrazio per il suo amore concreto al nostro popolo che soffre e per la speranza che ci dà. Sto studiando per conseguire una laurea magistrale in Scienza economica e politica nell’Istituto Universitario Sophia che ha sede qua a Loppiano.

Caro Papa Francesco, saluto all’Assemblea Generale dei Focolari (2014) ci hai invitati a “fare scuola” per “formare uomini e donne nuovi sulla misura dell’umanità di Gesù”. Loppiano vuole essere una “città-scuola” dove non sono i ruoli, né le differenze di età o di cultura, ma solo l’amore fra noi che riesce a edificare ogni altro. Vogliamo che sia Gesù, Dio-con-il-suo-Popolo, a educarci e a inviarci nel mondo. Quale contributo fresco e creativo pensa che possano sviluppare le scuole di formazione presenti qua a Loppiano e una realtà accademica come “Sophia” per costruire leadership che riesca ad aprire nuove strade?

Papa Francesco:

A Loppiano si vive l’esperienza di camminare insieme, con stile sinodale, come Popolo di Dio. E questa è la base solida e indispensabile di tutto: la scuola del Popolo di Dio dove chi insegna e guida è l’unico Maestro (cfr Mt 23,10) e dove la dinamica è quella dell’ascolto reciproco e dello scambio dei doni fra tutti.

Da qui possono attingere nuovo impulso, arricchendosi con la fantasia dell’amore e aprendosi alle sollecitazioni dello Spirito e della storia, i percorsi di formazione che sono fioriti a Loppiano dal carisma dell’unità: la formazione spirituale alle diverse vocazioni; la formazione al lavoro, all’agire economico e politico; la formazione al dialogo, nelle sue diverse espressioni ecumeniche e interreligiose e con persone di diverse convinzioni; la formazione ecclesiale e culturale. E questo a servizio di tutti, con lo sguardo che abbraccia tutta l’umanità, cominciando da chi in qualunque modo è relegato nelle periferie dell’esistenza. Loppiano città aperta, Loppiano città in uscita. A Loppiano non ci sono periferie.

È una grande ricchezza poter disporre a Loppiano di tutti questi centri di formazione. È una grande ricchezza! Vi suggerisco di dare ad essi nuovo slancio, aprendoli su più vasti orizzonti e proiettandoli sulle frontiere. È essenziale, in particolare, mettere a punto il progetto formativo che connetta i singoli percorsi che toccano più in concreto i bambini, i giovani, le famiglie, le persone delle varie vocazioni. La base e la chiave di tutto sia il “patto formativo”, che è alla base di ognuno di questi percorsi e che ha nella prossimità e nel dialogo il suo metodo privilegiato. E qui c’è una parola che anche per me è chiave: “prossimità”. Non si può essere cristiano senza essere prossimo, senza avere una atteggiamento di prossimità, perché la prossimità è quello che ha fatto Dio quando ha inviato il Figlio. Prima Dio l’aveva fatto quando guidava il popolo di Israele e domandava al popolo: “Dimmi, tu hai visto un altro popolo che abbia gli dèi così vicini come io ti sono vicino?”. Così domanda Dio. La vicinanza, la prossimità. E poi, quando invia il Figlio a farsi più vicino – uno di noi –, a farsi più prossimo. Questa parola è chiave nel cristianesimo e nel vostro carisma. Prossimità.

Bisogna poi educarsi a esercitare insieme i tre linguaggi: della testa, del cuore e delle mani. Bisogna cioè imparare a pensare bene, a sentire bene e a lavorare bene. Sì, anche il lavoro, perché esso – come scriveva don Pasquale Foresi, che ha svolto un ruolo centrale nella realizzazione del disegno di Loppiano – «non è soltanto un mezzo per vivere, ma è qualcosa d’inerente al nostro essere persona umana, e quindi anche un mezzo per conoscere la realtà, per capire la vita: è strumento di formazione umana reale e effettiva».  È importante questo – i tre linguaggi – perché noi abbiamo ereditato dall’illuminismo questa idea – non sana – che l’educazione è riempire di concetti la testa. E quanto più sai, sarai migliore. No. L’educazione deve toccare la testa, il cuore e le mani. Educare a pensare bene, non solo a imparare concetti, ma a pensare bene;  educare a sentire bene; educare a fare bene. In modo che questi tre linguaggi siano interconnessi: che tu pensi quello che senti e fai, tu senti quello che pensi e fai, tu fai quello che senti e pensi, in unità. Questo è educare.

Attestano l’incisività e la proiezione su vasta scala di questo promettente impegno due delle realtà sorte a Loppiano negli ultimi anni: il Polo imprenditoriale “Lionello Bonfanti”, centro di formazione e diffusione dell’economia civile e di comunione; e l’esperienza accademica di frontiera dell’Istituto Universitario Sophia, eretto dalla Santa Sede, di cui una sede locale – me ne rallegro vivamente – sarà presto attivata in America Latina.

È importante che a Loppiano vi sia un centro universitario destinato a chi – come dice il suo nome – cerca la Sapienza e si pone come obiettivo la costruzione di una cultura dell’unità. Cultura dell’unità. Non ho detto dell’uniformità. No. L’uniformità è il contrario dell’unità! Esso rispecchia, a partire dalla sua ispirazione fondativa, le linee che ho tracciato nella recente Costituzione apostolicaVeritatis gaudium, invitando a un rinnovamento sapiente e coraggioso degli studi accademici. E questo per offrire un contributo competente e profetico alla trasformazione missionaria della Chiesa e alla visione del nostro pianeta come un’unica patria e dell’umanità come un unico popolo, fatto di tanti popoli, che abita una casa comune.

Avanti, avanti così!

Domanda n. 3

Loppiano non vuole rimanere chiusa in se stessa, vuole contribuire a costruire un mondo più unito. Allora qui con noi oggi, Santo Padre, ci sono alcuni amici migranti, che hanno dovuto lasciare le case, le loro case, i Paesi delle loro origini ma hanno trovato a Loppiano la loro casa.

Buongiorno Santo Padre, veniamo dalla Costa D’Avorio, dal Mali, dal Camerun, dalla Nigeria, e dopo un lungo viaggio dai nostri Paesi siamo arrivati in Italia e poi trasferiti a Loppiano. Per più di un anno abbiamo vissuto fianco a fianco, siamo di diversi Paesi, lingue e tradizioni, religioni musulmane e cristiane di diverse Chiese. Si può immaginare che non è stata facile la vita nella nostra casa. La vita di Loppiano ci ha aiutati a superare le difficoltà e vederci fratelli. “Ricominciare” è stata una parola che ci ha aiutato molto. Colgo l’occasione per ringraziare tutte le autorità italiane che ci hanno accolto. Per noi essere qui e poterle leggere questo saluto e ringraziarla è un grande onore. Lei è nelle nostre preghiere.

Santo Padre, negli oltre 50 anni di vita di Loppiano, Chiara Lubich ne ha dato diverse definizioni: Città Vangelo e Città scuola, Città sul monte e Città della gioia, Città del dialogo e Mariapoli, Città di Maria: sono tutte espressioni che hanno accompagnato e continuano ad accompagnare i nostri passi. E allora oggi vorremmo chiedere anche a Lei, Santo Padre, una parola. Che ci dica qual è la nostra “missione” nella tappa della nuova evangelizzazione ma anche che risposta possiamo dare alle sfide del nostro tempo come occasione di crescita per tutti?

Papa Francesco

Voglio alzare lo sguardo verso l’orizzonte e invitarvi ad alzarlo insieme con me, per guardare con fedeltà fiduciosa e con creatività generosa al futuro che comincia già oggi.

La storia di Loppiano non è che agl’inizi. Voi siete agl’inizi. È un piccolo seme gettato nei solchi della storia e già germogliato rigoglioso, ma che deve mettere radici robuste e portare frutti sostanziosi, a servizio della missione di annuncio e incarnazione del Vangelo di Gesù che la Chiesa oggi è chiamata a vivere. E questo chiede umiltà, apertura, sinergia, capacità di rischio. Dobbiamo usare tutto questo: umiltà e capacità di rischio, insieme, apertura e sinergia.

Le urgenze, spesso drammatiche, che ci interpellano da ogni parte non possono lasciarci tranquilli, ma ci chiedono il massimo, confidando sempre nella grazia di Dio.

Nel cambiamento di epoca che stiamo vivendo – non è un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento di epoca – occorre impegnarsi non solo per l’incontro tra le persone, le culture e i popoli e per un’alleanza tra le civiltà, ma per vincere tutti insieme la sfida epocale di costruire una cultura condivisa dell’incontro e una civiltà globale dell’alleanza. Come un arcobaleno di colori in cui si dispiega a ventaglio la luce bianca dell’amore di Dio! E per far questo occorrono uomini e donne – giovani, famiglie, persone di tutte le vocazioni e professioni – capaci di tracciare strade nuove da percorrere insieme. Il Vangelo è sempre nuovo, sempre. E in questo tempo pasquale la Chiesa tante volte ci ha detto che la Risurrezione di Gesù ci porta giovinezza e ci fa chiedere questa rinnovata giovinezza. Sempre andare avanti con creatività.

La sfida è quella della fedeltà creativa: essere fedeli all’ispirazione originaria e insieme essere aperti al soffio dello Spirito Santo e intraprendere con coraggio le vie nuove che Lui suggerisce.  Per me – e consiglio a voi di farlo – l’esempio più grande è quello che possiamo leggere nel Libro degli Atti degli Apostoli: guardare come loro sono stati capaci di restare fedeli all’insegnamento di Gesù e avere il coraggio di fare tante “pazzie”, perché ne hanno fatte, andando dappertutto. Perché? Sapevano coniugare questa fedeltà creativa. Leggete questo testo della Scrittura, non una volta, due, tre quattro, cinque o sei volte, perché lì troverete la strada di questa fedeltà creativa. Lo Spirito Santo, non il nostro buon senso, non le nostre capacità pragmatiche, non i nostri modi di vedere sempre limitati. No, andare avanti con il soffio dello Spirito.

Ma come si fa a conoscere e a seguire lo Spirito Santo? Praticando il discernimento comunitario. E cioè riunendosi in assemblea attorno a Gesù risorto, il Signore e Maestro, per ascoltare ciò che lo Spirito oggi ci dice come comunità cristiana (cfr Ap 2,7) e per scoprire insieme, in questa atmosfera, la chiamata che Dio ci fa udire nella situazione storica in cui ci troviamo a vivere il Vangelo.

Occorre l’ascolto di Dio fino a sentire con Lui il grido del Popolo, e occorre l’ascolto del Popolo fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama. I discepoli di Gesù debbono essere dei contemplativi della Parola e dei contemplativi del Popolo di Dio.

Siamo chiamati tutti a diventare degli artigiani del discernimento comunitario. Non è facile farlo, ma dobbiamo farlo se vogliamo avere questa fedeltà creativa, se vogliamo essere docili allo Spirito. È questa la strada perché anche Loppiano scopra e segua passo passo la via di Dio a servizio della Chiesa e della società.

* * * * *

Prima di concludere, ancora un grazie a tutti voi per l’accoglienza e la festa!

E insieme un’ultima cosa che mi sta a cuore dirvi. Siamo qui raccolti di fronte al Santuario di Maria Theotokos. Siamo sotto lo sguardo di Maria. Anche in questo c’è una sintonia tra il Vaticano II e il carisma dei Focolari, il cui nome ufficiale per la Chiesa è Opera di Maria.

21 novembre 1964, a conclusione della terza Sessione del Concilio, il beato Paolo VI ha proclamato Maria “Madre della Chiesa”. Io stesso ne ho voluto istituire quest’anno la memoria liturgica, che sarà celebrata per la prima volta il prossimo 21 maggio, lunedì dopo la Pentecoste.

Maria è la Madre di Gesù ed è, in Lui, la Madre di tutti noi: la Madre dell’unità. Il Santuario a Lei dedicato qui a Loppiano è un invito a metterci alla scuola di Maria per imparare a conoscere Gesù, a vivere con Gesù e di Gesù presente in ciascuno di noi e in mezzo a noi.

E non dimenticatevi che Maria era laica, era una laica. La prima discepola di Gesù, sua madre, era laica. C’è un’ispirazione grande qui.  E un bell’esercizio che possiamo fare, io vi sfido a farlo, è prendere [nel Vangelo] gli episodi della vita di Gesù più conflittuali e vedere – come a Cana, per esempio – come Maria reagisce. Maria prende la parola e interviene. “Ma, padre, [questi episodi] non sono tutti nel Vangelo…”. E tu immagina, immagina che la Madre era lì, che ha visto questo… Come avrebbe reagito Maria a questo? Questa è una vera scuola per andare avanti. Perché lei è la donna della fedeltà, la donna della creatività, la donna del coraggio, della parresia, la donna della pazienza, la donna del sopportare le cose. Guardate sempre questo, questa laica, prima discepola di Gesù, come ha reagito in tutti gli episodi conflittuali della vita del suo figlio. Vi aiuterà tanto.

E non dimenticatevi di pregare per me perché ne ho bisogno. Grazie!