Prato

Cravedi: “Cari medici, facciamo più lavoro di squadra”

di Damiano FedeliDa un cassetto tira fuori un librone, saranno almeno centocinquanta pagine: «Guardi, sono le disposizioni per il cibo. Un menu che terrà conto dei piatti tipici e delle tradizioni locali». Se a dirlo non fosse Bruno Cravedi, direttore generale della Asl pratese, parrebbe che si stesse parlando di un albergo a cinque stelle. E invece sul tavolo ci sono le norme che regoleranno il servizio pasti nel nuovo ospedale di Prato, dove «l’attenzione alla qualità della vita dei pazienti sarà fondamentale, in ogni dettaglio», spiega Cravedi. Che subito assicura che l’iter per la costruzione del nuovo presidio va avanti nei tempi previsti, con la partenza dei lavori entro il 2007 e la conclusione entro il 2010. Direttore, nel nuovo ospedale ci sarà una rivoluzione non da poco: spariranno i reparti tradizionali e i pazienti saranno divisi a seconda dell’«intensità di cura». Ma i medici saranno pronti a una riorganizzazione così profonda del loro modo di lavorare? «È una grande sfida, per tutti. Saranno responsabilizzati i chirurghi bravi: si procederà in base al merito e non secondo i livelli gerarchici…». … ce l’ha con i «baroni»?«Non ce l’ho con nessuno. Si tratta di valorizzare le professionalità. E i primari avranno sempre più compiti gestionali per articolare al meglio le varie attività. Proprio per essere pronti quando il nuovo ospedale sarà inaugurato, stiamo portanto avanti adesso una sperimentazione nell’area chirurgica e in medicina». Corre voce che le resistenze interne non siano poche..«È un meccanismo che, sì, fa fatica a entrare. Ma, ripeto, valgono di più le professionalità. Un bravo chirurgo deve avere la strada aperta per operare. Purtroppo, qui a Prato vedo molte incrostazioni». Incrostazioni?«Voglio dire: c’è un ritardo nell’operare con mentalità di équipe, nel mettere insieme le competenze». Eppure le professionalità sono di alto livello, come testimonia anche il recente intervento di chirurgia oculistica trasmesso via satellite a un convegno di Cannes, in Francia…«Sì, certo, le competenze ci sono e di altissimo livello. Ma singolarmente. La sanità pratese potrebbe essere molto più avanti se facesse squadra, se si lavorasse in modo integrato». E di chi è la colpa? Non è proprio l’Asl a doversi occupare di coordinare queste forze?«C’è una certa difficoltà a dare un’immagine positiva dell’organizzazione sanitaria, a valorizzare quello che si sta facendo. Ma l’ospedale, pensiamoci, è una delle aziende maggiori del territorio e tutti dovrebbero sentirsene parte». Resta il fatto che la «rivoluzione» dei reparti disorienterà non poco anche i cittadini…«La rassicuro: non ci sarà una partoriente in camera con uno che ha avuto un infarto. I reparti saranno organizzati per livelli di gravità delle persone ricoverate e avranno anche una certa flessibilità interna che ci consentirà di non averne alcuni sovraffollati e altri con i letti vuoti». A proposito dei posti. In tanti dicono che i 540 della nuova struttura siano un po’ pochi per una città in continuo aumento demografico.«Non è così. Intanto, nella metà del Misericordia e Dolce che rimarrà alla Asl troveranno spazio le attività di ciclo diurno o ambulatoriale e il cosiddetto “ospedale di comunità”. La nostra preoccupazione è addirittura opposta: che i posti, nel complesso del territorio, rischino di essere troppi. Perché, vede, la degenza nella moderna medicina è limitata, si va verso altri tipi di assistenza. Nell’ospedale ci si sta il minimo indispensabile: il nuovo presidio pratese sarà “per acuti”». Ci vorranno strutture nel territorio per far da supporto alla nuova concezione dell’ospedale…«Le strutture ci sono, in numero consistente qui a Prato. L’ospedale funzionerà se funziona il territorio, con la sua capacità assistenziale, con i suoi ambulatori, le residenze assistite per anziani e quant’altro. Anche un territorio più integrato è una delle sfide su cui lavoriamo». Un’ultima cosa. In principio era il «day hospital», e il termine è ormai entrato nel dizionario comune. Poi è arrivata la «day surgery», gli interventi chirurgici che si fanno in un solo giorno. Poi la «week surgery», il breve ricovero postoperatorio. Nel nuovo ospedale di Prato, addirittura, la zona mortuaria si chiamerà «morgue». Non le pare che stiate esagerando con l’inglese?«Sa che le dico? Ha proprio ragione. Bisognerà pensarci…».