Cultura & Società

Il ritorno dell’Imperatore

di Franco CardiniNapoleone ha sempre affascinato anche sotto il profilo simbolico. Si è stentato a credere che uno come lui fosse soltanto umano-troppo-umano. Ricordate le Confessioni d’un italiano d’Ippolito Nievo? Al castello di Fratta si parla molto di questo generale dallo strano nome e alla fine si decide che si tratta di un essere immaginario. È solo l’inizio di una lunga serie di letture del fenomeno-Napoleone che, alla luce ora dell’ipercritica filologica, ora della simbologia numerica, ora del comparativismo, hanno dimostrato che Napoleone non è mai esistito. Dal pamphlet del teologo anglicano Richard Whitely a Jean-Baptiste Pérès con la sua paradossale dimostrazione di Napoleone personificazione di un mito solare fino ai paradossi di Lev Tolstoj (l’imperatore è la bestia dell’Apocalisse, il numero del quale è 666) e di Leonardo Sciascia, le certezze storiche si frammentano e si polverizzano.

Ci si è messa anche l’astrologia. È abbastanza sicuro che il futuro imperatore falsò, spostandola di qualche mese in avanti, la sua data di nascita per nascondere di aver visto la luce in una Corsica ch’era ancora, sia pure per poco, soggetta a Genova. Le due date in lizza sono il 5 febbraio del 1768 e il 15 agosto del 1769: e il tema di natalità cambia parecchio. Era Acquario o Leone?

Infine, last but not least, Sigmund Freud. Nel 1934 Arnold Zweig aveva scritto un dramma sul Bonaparte a Jaffa, nel quale si denunziava il fatto criminoso dei prigionieri turchi fatti fucilare in massa. Inviò il lavoro per un parere a Sigmund Freud, e ne ricevette in cambio alcune sorprendenti osservazioni psicanalitiche su «quel terribile farabutto di Napoleone» e la ragione per la quale egli si sarebbe cacciato nell’avventura in Egitto.

Napoleone quindi, secondo il dottor Freud, aveva un tremendo complesso nei confronti del fratello maggiore Giuseppe: per questo non solo aveva sposato una donna di nome Giuseppina più vecchia di lui ma anche – identificandosi col fratello e al tempo stesso rinfacciando (al padre? al destino?) il suo ruolo di rifiutato, candidato tuttavia a diventar il prediletto – aveva voluto ripercorrere il cammino del Giuseppe biblico prima conquistando l’Egitto e poi atteggiandosi nei confronti della sua numerosa famiglia come appunto il Giuseppe figlio di Giacobbe: cioè nutrendo e proteggendo tutti i suoi pur malvagi fratelli. Ernest Jones, il biografo di Freud, avrebbe voluto scrivere a sua volta (non si sa accogliendo, e fino a che punto, suggestioni freudiane) un libro su Il complesso orientale di Napoleone: ma sembra che non l’abbia mai fatto.

Naturalmente, anche sui circa undici mesi passati all’Elba si è molto elucubrato sotto il profilo simbolico. Si è discettato per esempio di un Napoleone cristomimetico, per il quale l’Elba è il sepolcro che prelude alla resurrezione dei Cento Giorni: certo, una modesta e infelice resurrezione. Poi Ernesto Ferrero, con il romanzo N pubblicato dalla Einaudi, finalmente ha portato al centro della nostra attenzione il Napoleone decentrato ed eccentrico dell’isola toscana, visto per giunta attraverso gli occhi d’un erudito locale.

Ma, lo dichiaro senza tema di smentite, il Napoleone «principe dell’Elba» fu un grande sovrano: quella manciata di settimane a poche centinaia di metri dal litorale di quella Toscana ch’era stata la terra dei suoi avi, una famiglia di San Miniato al Tedesco, furono a modo loro fra le migliori della sua vita, per quanto forse non tra le più felici.

Sappiamo che accettò in fondo di buon grado la corona dell’isola creata apposta per lui e assegnatagli secondo il trattato di Fontainebleau dell’11 aprile del 1814: anche se avrebbe preferito la Toscana, mentre d’altra parte non tutti i suoi vincitori erano d’accordo sul sistemarlo in un luogo così vicino all’Europa e in particolare alla Francia. Quanto a lui, ad attirarlo era forse l’idea di sistemarsi in un’isola che faceva parte della regione dei suoi avi e non solo vicina, ma anche per molti versi simile a quella Corsica nella quale era nato. Gli stessi colori, le stese piante, più o meno gli stessi animali, profumi e aromi simili, la cucina all’olio che i suoi cuochi delle Tuileries e della Malmaison gli avevano fatto dimenticare, la medesima gente bruna e tarchiata – anche se dal coltello un po’ meno facile –, i suoni e gli accenti della sua infanzia o quasi…

Non era d’altronde senza un filo sottile d’ironia che i vincitori avevano accordato quello scoglio a un palmo dal litorale toscano a chi era stato padrone del mondo. Avrebbe potuto accettarlo come un angolino tranquillo nel quale riposarsi e leccarsi le ferite. Cominciò invece subito a lavorare con alacrità, con dignità, con moderazione. Non si atteggiava né ad esule, né a vinto, né a vittima, né a re da burla. Anzitutto stabilì con molta serietà quali sarebbero state le insegne del principato elbano, ispirate alla tradizione imperiale ma anche ai colori e ai simboli toscani: una bandiera bianca traversata da una banda cremisi caricata da tre api d’oro. L’ape – assunta quasi per caso, ispirata all’idea dei gigli delle vecchie tappezzerie regali incollate al rovescio suoi muri, un po’ per dileggio un po’ per risparmiare – era stata uno dei simboli imperiali napoleonici, ma figurava anche nell’impresa del granduca Ferdinando I di Toscana; le api sono dal canto loro anche il simbolo d’una laboriosità instancabile, intelligente, che dà dolce frutto. Le api panacridi in Alvisopoli era il titolo d’un noioso poema che il cavalier Vincenzo Monti gli aveva dedicato, quando il dedicargli poemi era vantaggioso.

Vecchio soldato vissuto fin troppo spesso al campo, sotto la tenda, Napoleone fece presto a sistemarsi : dignitosamente, considerando che aveva pochi soldi; ma alla buona, senza troppe pretese. Era ben deciso a mantener dignità e decoro, anzi aveva recuperato intera o quasi l’altezzosità dei suoi anni ruggenti: in fondo però era uomo di gusti semplici e frugali, che vestiva e mangiava con nulla. Grazie a una serie di espedienti al limite del furto e della scorreria piratesca riuscì a procurarsi del mobilio decente. Organizzò un piccolo esercito, imponendo anche – il che non piacque agli elbani – la coscrizione obbligatoria. S’impegnò nel mettere insieme una piccola marina, se non altro perché il pericolo barbaresco era ancora incombente. Incoraggiò l’agricoltura, importò dal continente una quantità di essenze vegetali, fece di tutto nell’intento di raggiungere l’autonomia alimentare per tutta l’isola. Lottò anche contro la penuria d’acqua, facendo costruire pozzi e cisterne. Lavorò a migliorare la situazione sanitaria dell’isola costruendo dei lazzaretti. Pensò a riordinare il sistema stradale isolano, alquanto primitivo, e sistemò l’urbanistica soprattutto del capoluogo, Portoferraio, con criteri che davano grande importanza al verde pubblico. Riattò il vecchio teatro civico; si occupò delle colture specialistiche, specie dell’uva e dei vini; riorganizzò ferriere e tonnare. Intanto, trovava perfino il tempo per segreti incontri sentimentali con Maria Walewszka.

Approfittò con molta razionalità di quella che per lui era forse fin dal primo istante una tregua per leggere, scrivere, studiare. I libri se li era procurati con le sue solite maniere spicce, da soldato avvezzo a comandare senza guardar troppo per il sottile. Tre giorni dopo il trattato che gli assegnava l’Elba, l’imperatore aveva fatto un’incursione nella biblioteca del castello di Fontainebleau, una delle varie biblioteche imperiali, il cui patrimonio librario ascendeva a oltre 60.000 volumi gestiti da un bibliofilo celebre, Antoine-Alexandre Barbier: la lista delle 168 opere che aveva scelto personalmente e si era fatto imballare (695 volumi in tutto) è ancora conservata alla Bibliothèque Nationale. Il buon conservatore della biblioteca palatina di Fontainebleau, Charles Rémard, non aveva osato opporsi a un ordine sulla cui correttezza formale c’era in effetti da dubitare: e ne scriveva al Barbier, preoccupato delle eventuali responsabilità che avrebbero potuto ricadere sulle sue povere, curve spalle. Rémard, peraltro, scaricava la faccenda scrivendo al Barbier: «…je me mets en règle en vous prévenant pour ce que me regarde». Formalmente, la cosa poteva figurarsi come un prestito: il giovane generale Bonaparte aveva fatto di peggio in passato, tra Egitto e Italia.

Le opere che Napoleone si era fatto «prestare» dalla biblioteca di Fontainebleau riguardavano anzitutto la storia antica (l’Histoire ancienne e l’Histoire romaine del Rollin, ovviamente; e poi Tucidide, Sallustio, Tacito, Svetonio, Polibio, il tutto per la maggior parte in traduzione o in edizioni antologiche), la letteratura (Molière, Racine, tutto Voltaire, e naturalmente i prediletti Cervantes e MacPherson) opere di tecnica e di storia militare, la collezione completa del «Moniteur» dal 1790 al 1813. Una trentina di volumi, invece, provenivano dalla biblioteca di Saint-Cloud: sono riconoscibili per la rilegatura caratteristica, in cuoio verde. Una volta raggiunta l’isola, l’imperatore si sistemò alla Villa dei Mulini dove furono ospitati 274 volumi che egli avrebbe lasciato in dono, partendo, alla Municipalità di Portoferraio. D’altra parte, all’Elba, egli aveva potuto giovarsi anche della raccolta di opere tecniche appartenenti al corpo del genio militare ivi presente; altri libri provvedeva a inviarglieli suo zio, il cardinal Fesch.

Nei pochi mesi della permanenza elbana, fece acquistare anche parecchie opere a stampa a Genova e a Livorno, dove le faceva anche sobriamente rilegare (buon lettore, era invece un bibliofilo mediocre e abbastanza disordinato: e poi era a corto di soldi). Scontento comunque degli acquisti livornesi, a metà novembre faceva avere al Peyrusse, suo tesoriere, un appunto in cui disponeva che il relativo conto venisse saldato e si smettesse di comprare. Lo dovette confortare nel suo esilio l’arrivo del suo mamelucco Ali (pomposamente battezzato Louis-Etienne Saint-Denis), che gli portava delle brochures e una bella raccolta di giornali dalla Francia. Ali sarebbe divenuto più tardi bibliotecario dell’imperatore nel secondo e definitivo esilio isolano, la sperduta Sant’Elena.Le tonnare, le ferriere, le strade, il teatro di Portoferraio, la coscrizione obbligatoria, la cura della biblioteca. E tutto senza un attimo di rassegnazione, senza un cedimento nei confronti del senso di disagio, di ridicolo, di stanchezza che spesso doveva assalirlo. Sapeva bene che le ristrettezze economiche e le piccole cure quotidiane potevano metterlo in una luce compromettente e rovinare a ogni piè sospinto la sua immagine. Accettò la sfida. Era ben deciso, fin dal primo istante in cui aveva messo piede sull’isola, a rientrare in Francia.

È ironia della sorte che l’imperatore abbia chiuso i suoi giorni su uno scoglio dell’Altantico australe che recava il nome della madre d’un altro sovrano, una madre che – al pari di Madame Laetitia –, tanto ascendente aveva avuto sul suo imperiale rampollo. Il soggiorno a sant’Elena fu mesto: lo sappiamo. Chissà invece se su quel lembo di Toscana circondato dal mare fu mai sereno: dir felice è dir troppo. Ce lo figuriamo comunque bene così, come ce lo mostra l’acquaforte di Claude-François Fortier anch’essa conservata alla Bibliothèque Nationale: con la sua uniforme di colonnello dei cacciatori, le braccia conserte, mentre dal rettangolo verde del «Giardino del Governatore» guarda il mare e le vicine coste toscane, al di là dello stretto di Piombino. Era là che passeggiava e sostava ogni mattina, aspettando i vascelli in arrivo dal continente.

Ma in quei pochi mesi elbani fu un sovrano esemplare e tutt’altro che un re da burla. Forse, neppure quando splendeva alto il sole di Austerlitz egli non era mai riuscito, in un certo senso, ad essere altrettanto grande. Avremmo forse preferito tutti vederlo chiuder la sua non lunga vita laggiù, «in sì breve sponda» sì, ma sponda toscana, quasi a casa. E chissà, l’olio d’oliva, gli aranci, i limoni, i capperi azzurri, il vino dolce e denso, il pesce fresco, l’aria del suo Tirreno gli avrebbero regalato qualche anno di più su questa terra che per lui era stata troppo angusta.

A Piombino e in Val di Cornia le riprese del nuovo film di VirzìNell’isola d’Elba la figura di Napoleone è senza dubbio più viva rispetto all’allora Principato di Piombino ed ora Val di Cornia, per la dimora forzata del «Grande Corso» nella villa di Portoferraio, con tutta una storia e aneddotica che ha incuriosito anche il regista cinematografico Paolo Virzì (nella foto BazarEtrusco.it, uno dei set). Questi ha preso libero spunto da un romanzo sul suo arrivo in esilio, girando un film che dichiaratamente rappresenta «un ritratto irriverente dell’Imperatore», con tutta una storia di intrighi di palazzo. Quindi poco di strettamente storico, ma la sua messa in scena, in corso in queste settimane, è ugualmente suggestiva ed ha richiamato l’attenzione del grande pubblico sulla realtà napoleonica nella zona come non era forse mai accaduto. Virzì e la produzione si sono subito innamorati di certi angoli di Piombino, e degli antichi castelli di Populonia, Campiglia e Suvereto e vi hanno individuato alcune scene «elbane», per il semplice fatto che all’isola d’Elba il moderno ormai ha quasi cancellato le tracce di un passato nemmeno tanto remoto. Questo non è certo il caso del porticciolo di Piombino dove si girano le scene dell’arrivo a Portoferraio di Napoleone che scenderà, tra l’altro, da bordo dell’Amerigo Vespucci, il nostro fantastico veliero. La curiosità della gente per il set cinematografico è notevole, al di là dei nomi famosi (su tutti la bellissima Monica Bellucci), con una scenografia davvero molto efficace che ha reso il porticciolo ancora più pittoresco di quanto non lo sia normalmente.

Quando non si gira, molti passeggiano sul set per toccare con mano quelle finte antiche pietre e tutti gli altri arredi che ricreano un ambiente incredibilmente verosimile, con effetti ancora maggiori alle sapienti luci dei riflettori, con i piombinesi a fare da spettatori fino a notte profonda dai giardini di Cittadella e dalla panoramicissima piazza Bovio. È l’ulteriore conferma che Piombino, per la sua storia di primissimo piano e per i suoi angoli caratteristici e naturali di notevolissimo pregio, non merita di essere conosciuta quasi esclusivamente come porto di passaggio per l’Elba o come città industriale dallo smog impossibile. Dal punto di vista dell’ospitalità la troupe si è trovata a proprio agio e ha mostrato di gradire i prodotti della gastronomia locale: la stessa Monica Bellucci ha apprezzato piatti preparati per lei nelle taverne del centro storico piombinese. Non sono mancate neppure comparse reclutate sul posto che attendono il giorno del «ciak» immedesimandosi nella loro parte più o meno piccola, cominciando magari dal farsi crescere la barba come da esigenze sceniche.

Le riprese dureranno per una quarantina di giorni: dopo la prima fase già realizzata a Piombino e quella ora in corso all’Elba, seguiranno le scene da girare anche a Populonia e nei centri storici di Campiglia e Suvereto dove il regista ha già individuato angolini o vie caratteristiche. Il film dovrebbe essere presentato al prossimo Festival di Cannes.Michelangelo Pasquinelli I segni di ElisaIn Val di Cornia, terra di centri storici medievali, non si dimentica che le proprie radici prendono linfa anche dal Principato di Piombino nel periodo napoleonico, al tempo di Elisa Bonaparte, principessa Baciocchi, la popolare «Baciocca». Già da tempo i comuni di Piombino e Suvereto hanno supportato una iniziativa dell’Ente valorizzazione Suvereto per realizzare un progetto che studiasse più approfonditamente «I segni di Elisa, vicende e testimonianze dell’età napoleonica in Val di Cornia», come poi è stato denominato. Il progetto intende da un lato di valorizzare le testimonianze napoleoniche ancora presenti, tramite attività di ricerca dell’effetto che a livello locale ebbero gli impulsi modernizzanti dell’età napoleonica, e contemporaneamente rafforzare l’attenzione sull’altro polo della presenza di Elisa Bonaparte, oltre a quello più noto di Lucca.

C’è stata una prima presentazione del progetto nel corso di un convegno a Suvereto (dicembre 2003), nel cui territorio comunale si trova Montioni dove la principessa Elisa organizzò un villaggio produttivo e termale allargando anche gli spazi coltivati, zona ora diventata un parco interprovinciale. Sempre a Suvereto è stata restaurata anche la «Fonte della Boldrona», con la sua lapide napoleonica in lingua francese, proprio all’ingresso del paese. Si è costituito un gruppo di lavoro con ricerche in archivi italiani, francesi e materiale iconografico anche dagli Stati Uniti – al Paul Getty Museum e il Metropolitan Museum – i cui risultati saranno resi noti entro la fine dell’anno, inizio 2006. Sarà allestita una mostra foto documentaria, prima a Piombino poi a Suvereto, con sezioni su siderurgia e miniere, bonifiche idrauliche, agricoltura e foreste, ospedale e sanità, nascita dell’archeologia e viaggi naturalistici nel territorio.

La scheda: I tanti volti al cinemaQuanti Napoleone sullo schermo? Tanti, davvero tanti. Più di cento soltanto nel cinema muto, da Albert Dieudonnè nel Napoleon di Abel Gance (1927) al doppio Paul Muni (1929) di The Valiant e Seven Faces. Poi il sonoro: cinque volte Emile Drain, quattro delle quali diretto da Sacha Guitry, tra il 1931 (L’aiglon) e il 1954 (VersaillesIl nemico di Napoleone (1942) di Carol Reed e in Guerra e pace (1956) di King Vidor, Jean-Louis Barrault in Le perle della corona (1937) e Le destin fabuleux de Desirèe Clary (1942) entrambi di Sacha Guitry, Raymond Pellegrin in Napoleon (1954) di Guitry e Venere imperiale (1963) di Jean Delannoy, Ian Holm ne I banditi del tempo (1981) di Terry Gilliam e I vestiti nuovi dell’imperatore (2002) di Alan Taylor. Dai numeri si ricava che Sacha Guitry è il regista che gli ha dedicato più film (ben sei) e che Emile Drain è l’attore che più volte lo ha interpretato (cinque).

Ma i volti che rimangono più impressi nell’immaginario collettivo sono quelli di Charles Boyer in Maria Walewska (1937) di Clarence Brown (anche in virtù della presenza di Greta Garbo), di Marlon Brando in Desirèe (1954) di Henry Koster, di Pierre Mondy in Napoleone ad Austerlitz (1960) di Abel Gance e di Rod Steiger in Waterloo (1971) di Sergej Bondarchuk.

E infine ci sono i Napoleone che non ti aspetti: Dennis Hopper in L’inferno ci accusa (1957) di Irwin Allen, Eli Wallach in Le avventure di Gerard (1970) di Jerzy Skolimowski e Aldo Maccione in Le avventure e gli amori di Scaramouche (1976) di Enzo G. Castellari.

Da non dimenticare: neanche Woody Allen è rimasto insensibile al fascino dell’imperatore facendolo interpretare a James Tolkan in Amore e guerra (1975). E soprattutto, la vicenda di Napoleone ha lungamente stuzzicato la fantasia di Stanley Kubrick, rimanendo con tutta probabilità il suo più grande progetto incompiuto.Francesco Mininni