Toscana

Gli attacchi al Papa, la solita «disinformazia»

DI UMBERTO FOLENA

Un complotto no, va escluso. Vorrebbe dire attribuire un eccesso di intelligenza e di organizzazione ai complottardi, comunque troppi per poter essere in collegamento tra loro e muoversi all’unisono. Ma alcune singolari coincidenze sì, ci sono; e soprattutto una consonanza di stile. Contro Benedetto XVI gli attacchi seguono la collaudata tecnica della disinformazia, che consiste nel propinare al pubblico una miscela fatta di un quinto di verità e quattro quinti di falsità: il quinto vero insinua il dubbio che siano veri anche i quattro quinti fasulli.

Limitandoci agli episodi più clamorosi, tutto comincia il 12 settembre 2006 a Ratisbona. Durante la lectio magistralis all’Università, come capita in tutte le lezioni, il Papa cita vari autori; uno di questi è l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e una sua dura critica all’Islam del tempo, accusato di ricorrere alla violenza come prassi abituale di conquista e conversione. Ratzinger stesso sottolinea «il modo sorprendentemente brusco» dell’espressione di Manuele. Non accadrebbe nulla se le agenzie di stampa italiane non attribuissero di fatto la citazione al Papa stesso, facendo quasi scoppiare la terza guerra mondiale.

Sorvoliamo sull’altra clamorosa polemica, quella scoppiata nel gennaio 2008 quando il Papa ritiene opportuno declinare l’invito del rettore dell’Università della Sapienza di Roma all’inaugurazione dell’anno accademico, per la dura protesta di 67 docenti. Il 21 gennaio 2009 viene rimessa la scomunica a quattro vescovi lefebvriani. Lo stesso giorno, con tempismo ammirevole, la televisione svedese mette in onda un’intervista registrata il 10 novembre 2008, e tenuta in fresco, a uno dei quattro, Richard Williamson, che nega l’olocausto. Ne segue adeguata polemica, fino alla richiesta formale della Santa sede a tutti e quattro di riconoscere l’olocausto stesso (Williamson tiene duro). Sembra quasi che sia il Papa a negarlo…

E siamo al 18 marzo 2009. Durante il volo che lo sta portando in Camerun e Angola, come consuetudine il Papa risponde alle domande dei giornalisti al seguito. Gli vien fatto dire che, per combattere l’Aids, il preservativo non risolve il problema, semmai potrebbe aggravarlo. È il pensiero della Chiesa da sempre, nulla di nuovo. Ma il Belgio avanza una protesta formale alla Santa Sede, seguito dalla Spagna; e con straordinaria tempestività, per una rivista scientifica, il 28 marzo Lancet scrive di «affermazioni oltraggiose ed estremamente inaccurate».

E siamo alla crisi legata alla pedofilia. Il paradosso è che a scatenarla è proprio il clamoroso atto formale con cui Ratzinger – che era sempre stato molto netto in proposito, incontrando personalmente molte vittime di preti pedofili – il 20 marzo scorso scrive una lettera pastorale ai fedeli d’Irlanda, in cui tra l’altro accusa «la preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona»; e ai colpevoli ricorda: «Dovete rispondere davanti a Dio onnipotente, come pure davanti ai tribunali debitamente costituiti».

Negli stessi giorni, organi di stampa di tutto il mondo, sollecitati e riforniti di documenti da avvocati specializzati – primo tra tutti quel Jeff Anderson che intende far comparire in un tribunale americano l’intera Santa Sede – rispolverano casi anche di 30, 40 anni prima accusando il Papa in persona proprio di ciò che egli rimprovera alla Chiesa irlandese: aver coperto i colpevoli negandoli alla giustizia. Viene associato a casi di pedofilia in un coro di Ratisbona perfino il fratello di Ratzinger, padre Georg, anche se sarà presto chiaro che non c’entra nulla. Ma intanto nei titoli le tre parole «Ratzinger», «fratello» e «pedofilia» compaiono assieme, e per un noto fenomeno d’imprinting visivo rimangono impresse nella memoria l’una vicina all’altra, associate.

Da qui in poi è un crescendo. Sempre in Germania, la Suddeutsche Zeitung attacca direttamente Ratzinger per presunte mancanze negli anni Ottanta, quando era arcivescovo di Monaco. Intanto viene pubblicata la lettera all’Irlanda, che anziché placare gli attacchi, scatena i più violenti. Il 25 marzo parte la «Campagna d’America» con il New York Times che rispolvera la vicenda del reverendo Lawrence C. Murphy, colpevole di abusi in una scuola per sordi del Wisconsin. Vicenda vecchissima e nota; Murphy morto da tempo. Ma tant’è. Il giorno dopo lo stesso giornale accusa l’allora arcivescovo Ratzinger di aver semplicemente trasferito in altra parrocchia padre Peter Hullermann, accusato di pedofilia. Tutte le accuse vengono rapidamente smontate: secondo la tecnica della disinformazia, si pubblicano i documenti che sembrano avvalorare la tesi colpevolista oscurando gli altri o omettendo le informazioni non congeniali all’attacco. A questo punto però altri giornali – uno su tutti, il Wall Street Journal – intervengono a smascherare la campagna di stampa.

È un vero assalto. Quasi sempre privo di contraddittorio. Un solo esempio. Il settimanale Internazionale, prezioso strumento che riproduce articoli di tutta la stampa mondiale, nel numero del 2/8 aprile scorso ha in copertina Ratzinger. All’interno si possono leggere servizi da The Observer (Gran Bretagna), La Vie (Francia), The New York Times (Usa), Der Spiegel (Germania) De Volkskrant (Paesi Bassi), Irish Independent (Irlanda) ed El Pais (Spagna), C’è chi invoca l’intervento dell’Onu… Il giornalista inglese Peter Sullivan spiega perché Ratzinger deve dimettersi. Il suo collega Christopher Hitchens lo accusa di essere lui «il grande insabbiatore». Interventi non favorevoli, ma almeno critici o dubbiosi: nessuno. Nel numero della settimana scorsa, nuovo attacco di Sullivan («Un papa privo di autorevolezza morale non può fare il papa») e sintesi da Libération (Francia). Del Wall Street Journal, per dire, nessuna traccia.

E siamo a questi giorni e a queste ore. Vecchi casi vengono rispolverati e, sempre per la spietata legge della contaminazione, le parole «Chiesa», «Papa» e «pedofilia» appaiono sempre più spesso associate, nei titoli dei giornali e nelle parole dei tg. Il veleno scorre copioso e gli antidoti fin qui utilizzati appaiono, purtroppo, poco efficaci.

LA SCHEDAUna guida antipedofilia

Di fronte alla campagna di stampa su Chiesa e abusi sessuali, la Santa Sede ha scelto la strada della massima trasparenza possibile, non solo replicando ogni giorno con dati e documenti anche alle accuse più ingiuriose, ma anche mettendo a disposizione di tutti quelle regole che dal Motu Proprio «Sacramentorum sanctitatis tutela» del 30 aprile 2001, sta seguendo su tutti i casi di abusi sessuali di cui siano accusati sacerdoti o religiosi. Sul sito www.vatican.va, in un apposito «Focus» è adesso online una Guida alla comprensione delle procedure di base della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf). Non si tratta di un nuovo documento ma di una scheda riassuntiva di procedure operative già definite che possa essere di aiuto per laici e non canonisti.

Per quanto riguarda le procedure preliminari, la diocesi indaga su qualsiasi sospetto di abusi sessuali da parte di un religioso nei riguardi di un minore. Qualora il sospetto risulti verosimile, il caso viene deferito alla Congregazione. Il vescovo locale trasmette ogni informazione necessaria ed esprime la propria opinione sulle procedure da seguire e le misure da adottare a breve e a lungo termine. Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda la denuncia di tali crimini alle autorità civili. Nella fase preliminare e fino a quando il caso sia concluso, il vescovo può imporre misure precauzionali per la salvaguardia della comunità, comprese le vittime. In realtà, al vescovo locale è sempre conferito il potere di tutelare i bambini limitando le attività di qualsiasi sacerdote nella sua diocesi. Roma, dopo aver studiato il caso, può autorizzare il vescovo locale a istruire un processo penale giudiziario davanti a un Tribunale ecclesiale locale o a istruire un processo penale amministrativo davanti ad un delegato del vescovo locale, assistito da due assessori.

Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e ha il diritto di presentare ricorso alla Cdf contro un decreto che lo condanni ad una pena canonica. La decisione dei cardinali membri della Cdf è definitiva. Qualora il sacerdote venga giudicato colpevole, i due procedimenti – giudiziario e amministrativo penale – possono condannarlo ad un certo numero di pene canoniche, fino alla dimissione dallo stato clericale. Anche la questione dei danni subiti può essere trattata direttamente durante queste procedure. In casi particolarmente gravi o in cui le prove siano schiaccianti, la Cdf può scegliere di portare questo caso direttamente al Papa con la richiesta che il Papa emetta un decreto di inappellabile di dimissione dallo stato clericale «ex officio». La Cdf porta al Papa anche richieste di sacerdoti accusati che, cosapevoli di quanto hanno commesso, chiedano di tornare allo stato laicale. Il Papa concede tale richiesta per il bene della Chiesa («pro bono Ecclesiae»). In quei casi in cui il sacerdote accusato abbia ammesso i propri crimini ed abbia accettato di vivere una vita di preghiera e penitenza, la Cdf autorizza il vescovo locale ad emettere un decreto che proibisce o limita il ministero pubblico di tale sacerdote.