Italia
15 più 10, l’operazione che fa crescere l’Europa
In realtà la Comunità economica europea, sorta con i Trattati di Roma del 1957 e comprendente sei paesi fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi), aveva già nel proprio Dna la vocazione ad estendersi ad altre nazioni del continente. La «vocazione» eminentemente economica della Cee non nascondeva la speranza di creare, un giorno, una comunità ben più grande e popolosa, fondata sulla democrazia, i diritti, l’economia di mercato, la giustizia sociale e la pace.
Non senza difficoltà si giunse a far lievitare la Cee prima a 9 membri (1973: ingresso di Danimarca, Irlanda, Regno Unito), poi a 10 (1981: Grecia), quindi a 12 (1986: Portogallo e Spagna). Dal canto suo l’Unione europea, «figlia» della Cee e battezzata con il Trattato di Maastricht del 1992, passò ben presto a 15, con l’apertura ad Austria, Finlandia e Svezia (1995). Del 1987 è la richiesta di adesione della Turchia, seguita, dopo la caduta del muro di Berlino (1989), da quelle avanzate dagli Stati sorti dalla disgregazione dell’«impero» sovietico. Per molti popoli la prospettiva di un avvicinamento all’Ue ha rappresentato uno stimolo per accelerare la transizione e attuare le riforme necessarie per rispondere ai «criteri di Copenhagen», passaggio obbligato al fine di diventare a pieno titolo «soci» dell’Unione.
Negli anni ’90 l’Ue si è quindi impegnata a definire una strategia di pre-adesione, ha stanziato fondi per avvicinare le economie dei «candidati» agli standard dei Quindici, ha cercato di adeguare le istituzioni (Trattato di Nizza, 2001) e ha varato a Berlino l’Agenda 2000 che fissa strategie e parametri per abbattere l’ex «cortina di ferro».
Naturalmente questa particolare fase di riunificazione (come qualcuno ama dire) si distingue dalle precedenti per diversi elementi: per il numero di Stati che in un sol colpo entrano a far parte della «casa comune»; per la distanza che separa le economie e i sistemi giuridici dei nuovi aderenti alla «media Ue»; per le profonde differenze tra i Dieci e i Quindici riguardo la storia recente, la cultura, le tradizioni Senza trascurare la precarietà del quadro mondiale, fra terrorismo, guerre mai domate e recessione economica. Questo allargamento sarà, quindi, più complesso, profondo e pervasivo rispetto a tutti i precedenti. A maggior ragione sono richieste maggiori risorse, disponibilità all’accoglienza e quella duttilità che, nella storia dell’integrazione europea, è stata spesso decisiva nei passaggi cruciali.
Monsignore, qual è il significato della recente iniziativa della Comece?
«Con l’allargamento, i popoli e gli Stati d’Europa saranno più vicini, potranno camminare assieme verso traguardi più ambiziosi e affrontare le grandi sfide poste dalla globalizzazione. La Chiesa cattolica, così come le altre Chiese e comunità religiose, intende essere accanto alla gente. In questo senso la Comece ha proposto alcuni mesi or sono il documento Apriamo i nostri cuori, in cui si invitano i credenti a porsi al servizio del processo di unificazione, avendo per obiettivi la pace, lo sviluppo economico e sociale, la difesa della democrazia, dei diritti e della dignità umana. Senza dimenticare la necessaria presenza sugli scenari internazionali».
Molti osservatori fanno presente che con l’allargamento sorgeranno nuovi problemi sul piano dell’integrazione continentale
«Certamente non si devono sottovalutare le difficoltà. Sono convinto però che i cittadini dei 25 Stati aderenti abbiano voglia di condividere speranze e sogni, di rimboccarsi le maniche per appianare le divergenze. Ecco perché il principio di solidarietà deve presiedere al processo di integrazione. Sempre per le medesime ragioni è essenziale approvare al più presto il Trattato costituzionale, con le riforme ritenute necessarie per il buon funzionamento delle istituzioni comunitarie, ma anche per una più precisa definizione dei principi-cardine e delle grandi mete che l’Unione prefigura. E poi speriamo ancora che nel preambolo trovi posto il riconoscimento storico al cristianesimo».
Quale può essere il contributo dei cattolici in questa direzione?
«La Chiesa segue e sostiene la riunificazione dell’Europa, convinta che essa sia un passo atteso da anni verso la pace e la fraternità tra i popoli. Al contempo, si intravede la possibilità di annunciare il Vangelo a tutte le genti, in spirito di libertà e di reciproco rispetto. E, complessivamente, sono convinto che l’ecumenismo farà bene all’Europa, così come l’unità del continente porterà giovamento al cammino ecumenico».