«KING KONG»

DI FRANCESCO MININNICosa c’è che non va nel «King Kong» di Peter Jackson? Dopo il successo de «Il Signore degli Anelli», il regista neozelandese avrebbe potuto chiedere e ottenere tutto per il film successivo. E ha scelto il film che, da bambino, lo convinse a diventare regista. Ciò porta a una serie di rischi dovuti essenzialmente a due fattori: da una parte la passione e la reverenza per l’originale, dall’altra lo scorrere del tempo e il progredire del cinema. È chiaro che non stiamo parlando di contenuti: la bella e la bestia, la malvagità e il cinismo dell’uomo, l’indifferenza per le esigenze e i diritti di madre natura, la presunzione di saperne più degli altri, la tendenza a distruggere ciò che si ama, sono temi con cui chiunque si accosti a «King Kong» deve fare i conti. Dal 1933 non sono cambiati né è intenzione di Jackson sottrarvisi. È piuttosto il modo di rappresentare che cambia: la bestia selvaggia di settant’anni fa è diventata un essere molto espressivo, in un certo senso umanizzato, che qualunque bambino vorrebbe tra i suoi pupazzi. E soprattutto Peter Jackson, mentre da una parte lascia intatte le linee della vicenda originale, dall’altra deve fare i conti con il cinema che è passato sotto i ponti. L’isola del Teschio diventa così una succursale di quella su cui Spielberg ambientò «Il mondo perduto»; gli indigeni sembrano gli orchetti de «Il Signore degli Anelli» e trasformano l’avventura esotica in horror; i vermi che fuoriescono dal terreno e attaccano gli esploratori ci riportano a «Tremors»; gli insetti decisamente aggressivi e repellenti sono una filiazione di «Starship Troopers». Tutto questo per dire che, se anche Jackson ha continuato ad amare l’originale, lo ha pesantemente contaminato con mostri recenti creando una situazione conflittuale che non giova all’omogeneità del film. Come non giova la dilatazione dei tempi del racconto, nel quale una lunga digressione come quella della corsa dei brontosauri appare francamente inutile.

Non abbiamo parlato degli effetti speciali e non vorremmo farlo. Si dà quasi per scontato, infatti, che il loro livello sia molto alto. Ci piace, invece, sottolineare un paio di novità (le uniche) che, seppur marginali, danno un po’ di sapore al piatto. È decisamente brillante l’idea di far eseguire il numero di vaudeville da Ann davanti a Kong, che sembra gradire. È notevole la trovata del gorilla in fuga che acchiappa (e poi getta via) ogni bionda che incontra per strada nella speranza che si tratti proprio di Ann. E, anche se avvolge il tutto in un’aura disneyana, il balletto di Kong e Ann sul laghetto ghiacciato lancia bordate di tenerezza. Se le novità sono solo queste, ci sembra tuttavia che 207 milioni di dollari siano un budget un po’ eccessivo. In fondo il povero Kong ci assomiglia: un gran desiderio di libertà che deve fare i conti con i meccanismi del progresso.

KING KONG (Id.) di Peter Jackson. Con Naomi Watts, Adrien Brody, Jack Black, Thomas Kretschmann. USA 2005; Avventura; Colore