L’ABBUFFATA

DI FRANCESCO MININNI

La forza del cinema, il suo immutato fascino, l’impatto che continua ad avere sul pubblico fanno tutti riferimento a una realtà incontestabile: quella di essere un sogno senza fine, dove verità e menzogna si scambiano i ruoli con grande naturalezza, dove un uomo qualunque può essere scambiato per un genio (e viceversa), dove sembra che passioni ed emozioni nascano per esaurirsi nell’arco di due ore quando invece attecchiscono e mettono radici, dove tutti baciano tutti e nessuno ama nessuno ma dove l’amore comunque si rigenera e dà frutti. Raccontare tutto questo in un racconto convenzionale equivale a trasformarlo in un compito in classe forse corretto ma certamente senz’anima. E allora ha fatto bene Mimmo Calopresti, buttandosi alle spalle una onesta carriera di narratore realistico e sociale, a raccontare «L’abbuffata» come fosse un film-verità, con pellicola sgranata e fotografia «sporca», alternando pellicola e digitale, movimentando un intero paese (Diamante, in Calabria) per trasformare la sua storia di quattro giovani intenzionati a realizzare un film in quella di una più vasta zona geografica, l’Italia meridionale, che una volta vorrebbe ma non può, un’altra potrebbe ma non vuole, e che spesso si rifugia nella tristezza di una partenza senza ritorno. Certo, «L’abbuffata» è un film che si fa una volta nella vita, nella consapevolezza che il ritorno economico sarà sicuramente modesto. Quindi, è un film che si fa per amore.

Tre ragazzi e una ragazza di Diamante sognano il cinema e forse hanno anche una storia: un emigrante che torna al paese dopo molti anni e ritrova il primo amore. Ma un regista in disarmo che si è assunto il ruolo di guru li illude per risbatterli ogni volta di fronte alla realtà (la sua realtà). Prima ci vuole la sceneggiatura, poi è indispensabile l’attore, infine a che serve sognare se la realtà è comunque brutta? I quattro, decisi a tentare ogni strada, vanno a Roma dove, per vie molto traverse, entrano in contatto con Gerard Depardieu, che si dichiara disposto a interpretare il ruolo principale. E intanto, naturalmente, tutti i loro appunti di viaggio stanno diventando un film.

Impossibile giudicare «L’abbuffata» facendo riferimento a parametri tradizionali. Meglio affidarsi a una piacevole sensazione di aria pura e libertà, in un certo senso a un’iniezione di speranza, anche se una persistente feroce ironia impedisce comunque di perdere i contatti con la tristezza della realtà. Calopresti ha il gran merito di uscire dai panni del regista tradizionale per calarsi in quelli dell’osservatore casuale che, proprio per la sua volenterosa inesperienza, chiede e ottiene che molti errori e imprecisioni gli siano perdonati: ma, in questo contesto, chiede e ottiene anche che gli siano riconosciuti passione e impegno sociale, occhio critico e voglia di cambiare le cose. Partendo da quei quattro ragazzi di Diamante, Calopresti non ha raccontato soltanto la propria storia, ma anche quella di tanti sognatori che, costretti a svegliarsi, rifiutano di abbandonare il sogno per trasformarsi o in incrollabili combattenti o in semplici disadattati. Si prestano al gioco (che gioco non è) Diego Abatantuono nel ruolo del regista demotivato, Gerard Depardieu in quello di se stesso, Paolo Briguglia in quello di uno dei quattro sognatori. E poi Nino Frassica, Donatella Finocchiaro, Valeria Bruni Tedeschi e lo stesso Calopresti. Tutti su un carrozzone innegabilmente felliniano con tavolate in piazza, una burrasca che fa volar via le bianche tovaglie verso il mare, un cineforum in cui si proiettano «Otto e mezzo» e «Roma» e un sogno che, per essere veramente tale, deve comunque essere più forte della realtà cui si contrappone. Di certo Calopresti ha vinto una scommessa: fare un film che non assomigli a niente di già visto e colpire al cuore quanti siano ancora convinti che cambiare si può.

L’ABBUFFATA di Mimmo Calopresti. Con Diego Abatantuono, Paolo Briguglia, Valeria Bruni Tedeschi, Gerard Depardieu. ITALIA 2007; Commedia; Colore