TROPIC THUNDER

DI FRANCESCO MININNI

Uscire dalla comicità demenziale per addentrarsi nella satira seria non dev’essere un passaggio semplice né tanto meno automatico. Ci ha provato Ben Stiller, che da attore è campione d’incassi con «Ti presento i miei», «Palle al balzo» e «Tutti pazzi per Mary», mentre da regista ha tentato qualcosa di più con «Giovani, carini e disoccupati», «Il rompiscatole» e «Zoolander». L’idea di «Tropic Thunder», in realtà, si trova a mezza strada tra comicità sbracata e satira affilata. Il risultato, considerando che stiamo parlando di un kolossal, pende decisamente dalla parte della comicità e ci induce a dire che si tratta sostanzialmente di un’occasione sprecata. Tanto per farci capire, diciamo che il film dovrebbe essere una satira delle storie di guerra e specificamente del Vietnam (molto chiari i riferimenti a «Platoon», «Rambo 2 la vendetta» e «Apocalypse Now») e che Ben Stiller lo ha fortemente voluto da ventun’anni a questa parte. Qui cade il primo asino, nel senso che in ventun’anni ne è passata di acqua sotto i ponti e che non è esatto dire che una satira del Vietnam fosse attualmente tra le nostre priorità. Il secondo asino cade quando veniamo informati dai mezzi di stampa e dai mass media che «Tropic Thunder» dovrebbe essere anche una feroce satira dei lustrini di Hollywood.

Perché la storia del film, nuda e cruda, è quella di un film sul Vietnam che un regista inglese sta girando (in Vietnam) con i mezzi generosamente forniti dal bieco produttore Les Grossman. Il problema è che un cast tutte stelle composto da Speedman, Jeff Portnoy, Kirk Lazarus, Alpha Cino e Kevin Sandusky prende la mano al regista, che va in crisi e sbaglia tutto. L’idea giusta viene al finto reduce Nick Nolte, che convince il regista a mandare i cinque attori allo sbaraglio nella giungla dove seguiranno una scaletta suscettibile dei più imprevedibili sviluppi. Come, ad esempio, incrociare la loro strada con quella di ferocissimi trafficanti di droga. Così, mentre credono di girare un film, rischiano seriamente di lasciarci le penne…

La satira anti-Hollywood dovrebbe concretarsi nell’idea che un film girato per sbaglio, poi rimontato e con il titolo mutato in «Tropic Blunder» (dove «Blunder» significa «errore grossolano»), arrivi tranquillamente a vincere svariati Oscar. O in quella che un produttore volgare e ignorante come Grossman (comunque un divertente cameo di Tom Cruise appesantito da un trucco spietato) possa comunque essere un vincente perché i suoi soldi contano più di tutto il resto. Francamente di una satira come questa Hollywood può anche infischiarsi. Anche perché che il film sia una satira è più facile capirlo ascoltando i mass media che vedendo il film stesso. «Tropic Thunder» non è soltanto un film scarsamente omogeneo e con seri problemi di ritmo: ha anche la strana caratteristica di essere un film comico quando ci sono situazioni comiche o battute di spirito, per poi trasformarsi in un film bellico quando si comincia a sparare. In un certo senso, le due cose non interagiscono e «Tropic Thunder» diventa un film suddiviso in settori distinti. Alla base di tutto questo c’è probabilmente il fatto che Ben Stiller, soggettista, sceneggiatore, protagonista, produttore e regista, proprio come il regista inglese nel film è stato incapace di gestire un cast eterogeneo e difficile da amalgamare. E che la sceneggiatura non è opera di Ethan Coen fratello di Joel, ma di Etan Cohen che nessuno sa chi sia.

TROPIC THUNDER (Id.) di Ben Stiller. Con Ben Stiller, Robert Downey jr., Jack Black, Tom Cruise. USA 2008; Commedia; Colore