CROSSING OVER

DI FRANCESCO MININNI

La grande democrazia americana, sulla quale più volte sono stati sollevati dubbi anche legittimi, questa volta deve guardarsi allo specchio. Grazie a un film, «Crossing Over», che magari sceglie le vie del melodramma, solleva troppi interrogativi, inciampa in un paio di luoghi comuni (che d’altronde fanno parte anche della vita vera), ma non va assolutamente trascurato. Innanzitutto perché nasce da un’esperienza autobiografica del regista, soggettista e sceneggiatore Wayne Kramer, sudafricano che prima di ottenere la cittadinanza americana ha dovuto passare una trafila burocratica quasi kafkiana. In secondo luogo perché, con grande sincerità d’ispirazione, non sceglie mai il lieto fine a tutti i costi o il cupo ripiegamento pessimista. E infine perché il problema esiste, dopo l’11 settembre si è enormemente acuito e coinvolge tutti (cioè brave persone e mariuoli) nel valzer dell’integrazione o del rimpatrio. Dove brave persone e mariuoli non sono soltanto gli stranieri, ma anche quelli che devono decidere delle loro sorti.

Sono sette le storie incrociate che attraversano il racconto. Un’australiana aspirante attrice si concede all’ispettore che può decidere della sua carta verde. Un israeliano deve fingersi buon conoscitore delle proprie tradizioni. Un teppista coreano riceverà un’offerta che proprio non può rifiutare. Una famiglia iraniana ha problemi con la figlia emancipata. Una bambina nigeriana rischia il rimpatrio se nessuno vorrà adottarla. Una ragazza messicana cerca di raggiungere il figlio. Una ragazza del Bangladesh è condannata all’espatrio per una presunta adesione alla Jihad.

C’è Harrison Ford, nel film di Kramer. Ma ciò non rende il film né prevedibile né stupidamente ottimista, perché Ford, che evidentemente è intelligente, si mette al servizio di un personaggio quasi qualunque, un funzionario dell’Immigrazione che fa il possibile per comportarsi secondo coscienza. C’è Ashley Judd, avvocato idealista e donchisciottesca che capisce quando è il caso di alzare la voce e quando di chinare la testa. C’è Ray Liotta, suo marito, che nonostante gli occhi buoni si cui l’ha dotato madre natura non disdegna i compromessi e le scappatelle. E questi sono i famosi. Ma, naturalmente, è intenzione di Kramer far sì che la nostra attenzione si concentri su quelli veramente qualunque: Summer Bishil l’islamica, Alice Eve l’australiana, Cliff Curtis l’iraniano, che hanno sguardi e reazioni molto spontanei e credibili con i quali contribuiscono in misura determinante al buon esito del film. Che, senza timore di strafare, arriva alla semplice conclusione che a rimetterci in occasione di grandi sconvolgimenti politici e sociali è sempre la povera gente. Che in un cesto le mele non sono mai tutte buone o tutte marce: basterebbe controllare con l’arma del buon senso. Che la più grande democrazia del mondo forse è tale, ma è anche sempre pronta a rilanciare l’idea molto sinistra della caccia alle streghe ogni volta che ci sia una ragione ritenuta valida. Che non basta fare l’elemosina a un barbone per strada per potersi dire caritatevoli. Beh, sono tanti gli interrogativi sollevati da Wayne Kramer. Forse anche troppi.

Ma, credeteci, il film è sensato e toccante, con la parziale eccezione dell’episodio interpretato da Jim Sturgess (l’ebreo non praticante), più artefatto e costruito degli altri e forse anche più inutile. L’importante, comunque, è che un film del genere si possa fare, distribuire, vedere e discutere. Non è di perfezione che stiamo parlando, ma di semplice buon senso. Lo stesso che ci conduce all’unica domanda di fondo veramente importante: se Wayne Kramer non avesse ottenuto la cittadinanza, avrebbe potuto ugualmente realizzare questo film avendo a disposizione Harrison Ford, Ray Liotta e Ashley Judd. Siamo sicuri che Michael Moore avrebbe più di una risposta al riguardo.

CROSSING OVER (Id.) di Wayne Kramer. Con Harrison Ford, Ashley Judd, Ray Liotta, Jim Sturgess, Alice Braga. USA 2009; Drammatico; Colore