SEGNALI DAL FUTURO

DI FRANCESCO MININNI

La carriera di Alex Proyas, nato in Egitto e cresciuto in Australia, è per forza di cose strettamente legata alle regole del grande spettacolo secondo Hollywood. Ma è anche meno convenzionale e banale di tante altre, perché nel marasma di effetti speciali e nella gran confusione tematica mostra comunque una volontà analitica e qualche segnale di stile. A partire dal film che gli ha dato fama internazionale, «Il corvo», Proyas ha rivelato un sicuro talento per l’immagine, confermato nei successivi «Dark City» e «Io, robot». Con «Segnali dal futuro» tenta una rilettura per quanto possibile personale del kolossal catastrofico. La confusione rimane, ma non al punto da sacrificare tutto alle ragioni dell’effetto speciale. E, se pure il film fa il possibile per confondere le carte in tavola e, in un certo senso, per non scontentare nessuno, ci porta alla conclusione che ci sia comunque qualcosa di più e di meglio che in un qualunque disastro di Roland Emmerich.

Si comincia nel 1959, quando in una scuola elementare di Boston la piccola Lucinda, chiamata come i suoi compagni a disegnare la propria immagine del futuro, riempie due pagine di numeri apparentemente privi di senso. Cinquant’anni dopo, quando la cosiddetta capsula del tempo verrà dissotterrata, a ciascuno dei bambini presenti verrà consegnata una delle buste ivi conservate. Il caso (o chi per lui) vuole che la busta di Lucinda tocchi in sorte a Caleb, figlio del professor John Koestler. E che John, restando in piedi una notte intera, si renda conto che in quei numeri in fila sono racchiuse le date, i luoghi e il numero delle vittime di tutte le catastrofi degli ultimi cinquant’anni. Mentre Caleb continua ad ascoltare fastidiosi bisbigli senza volto, John si troverà costretto a cercare di convincere qualcuno che le sue elaborazioni non sono frutto di pazzia. Con poco tempo a disposizione, perché la sequenza di numeri non è ancora arrivata a completamento. Mancano tre catastrofi, l’ultima delle quali potrebbe essere addirittura la fine del mondo.

Per rendere il paradosso credibile, Proyas ha scelto un professore di astrofisica (John, appunto) in permanente crisi esistenziale dall’epoca della morte della moglie, con forti propensioni per l’alcool, nessun dialogo con il padre e seri dubbi sulla scelta fatidica tra determinismo e casualità nelle cose della vita. Diciamo pure che John possa rappresentare una fetta considerevole della popolazione mondiale. Il percorso di «Segnali dal futuro», oltre che la marcia a passo di carica verso l’avverarsi dell’ultima profezia, è così indirizzato verso un recupero di valori, esistenti ma dimenticati, che vanno dai rapporti familiari nel nucleo d’origine a una rinnovata fiducia nel ruolo dei figli all’accettazione del fatto che possa esistere qualcosa al di fuori (e al di sopra) di noi che pianifica eventi e manda segnali. Niente da dire, almeno fino al momento in cui l’ansia della catastrofe prende la mano all’autore inducendolo ad appesantire il film con episodi che, se confinati nello spazio di un telegiornale invece che analiticamente descritti, avrebbero sicuramente giovato al ritmo e alla compattezza del film. Quanto all’identificazione dei misteriosi visitatori notturni che alla fine si configureranno come aiuti dall’alto, avremmo preferito una maggior decisione nelle indicazioni di ruolo. Così com’è, «Segnali dal futuro» oscilla tra le creature angeliche e i buoni extraterrestri in modo che ciascuno, a seconda della propria disposizione d’animo, possa decidere liberamente. E questa si chiama new age.

Nicolas Cage, con la sua aria da attonito allucinato, potrebbe essere il protagonista giusto. E Alex Proyas, con le sue capacità narrative e il suo potenziale acume d’osservatore, potrebbe essere molto più che un semplice specchio delle paure contemporanee.

SEGNALI DAL FUTURO (Knowing) di Alex Proyas. Con Nicolas Cage, Rose Byrne, Chandler Canterbury, Lara Robinson. USA 2009; Drammatico; Colore