BAARÌA

DI FRANCESCO MININNI

Com’è bella l’ouverture di «Baarìa» di Giuseppe Tornatore: un bambino incaricato di andare a comprare un pacchetto di sigarette il più velocemente possibile si mette a correre per le strade e poi, improvvisamente, si alza in volo arrivando a contemplare tutta Bagheria dall’alto. La stessa immagine, con modalità diverse, sarà ripresa nel finale, altrettanto bello dell’inizio. A significare che quel bambino camminerà, correrà, conoscerà Bagheria di dentro e di fuori, si alzerà in volo per raggiungere altri lidi ma, inevitabilmente, finirà per tornare sempre al paese, alle sue radici, al cuore. Davvero bello, sottolineato dalla musica incalzante e coinvolgente di Ennio Morricone, con Tornatore che si conferma compositore di immagini ricche ed espressive. Se «Baarìa» fosse soltanto questo, sarebbe un capolavoro.

Ma il film ha le dimensioni del kolossal: due ore e mezza di durata, più di anno di riprese, un costo altissimo, un cast con due protagonisti sconosciuti e una quantità di attori di fama (da Michele Placido a Monica Bellucci, da Leo Gullotta a Giorgio Faletti, da Luigi Lo Cascio a Raoul Bova, da Vincenzo Salemme a Nino Frassica) che si sono prestati anche ad apparizioni fulminee.

E soprattutto è un film un po’ presuntuoso nel quale Tornatore, nella certezza di essere in grado di dire una parola definitiva sui suoi album di ricordi, è inciampato nel cuore. Quello che, troppo spesso, ha lasciato a casa ottenendo una serie di bellissime immagini che difettano di vita. Se è vero che «Baarìa» è un film corale, è anche vero che si tratta di un coro con troppi solisti. Anzi, con un solista solo (Tornatore) che non riesce a far sì che tutti gli altri cantino insieme. Se ne conserva l’impressione di un film a episodi che, ambientazione a parte, non riesce a trovare il minimo comune denominatore.

La vicenda si snoda dagli anni Dieci agli anni Ottanta. In questo arco di tempo Peppino nasce, cresce, si innamora, diventa comunista, ha quattro figli, invecchia e continua a sognare che la giustizia esiste e che la mafia e la Democrazia Cristiana non vinceranno. Intorno a lui familiari, amici, parenti, rivali e la Storia. Alla fine, quel bambino continuerà a sognare di volare. Ma naturalmente resterà a terra.

Il dato più importante di «Baarìa» è che, nelle due ore e mezza di durata, non c’è una sola inquadratura che non sia accompagnata dalla musica. Se è così, significa che Tornatore ha immaginato e realizzato il film come una sinfonia della memoria, con la partitura musicale al posto della sceneggiatura. E Morricone, che ha la statura che sappiamo, ha risposto a dovere, rubacchiando da se stesso (il tema delle lotte contadine è una variazione su quello di «Allonsanfan») e non lesinando in archi e percussioni. In un certo senso «Baarìa» è ciò che è la musica che lo accompagna: ora travolgente, ora toccante, ora autocompiaciuto, ora irritante, ora sincero, ora studiato a tavolino. Di certo non è né omogeneo né veramente sentito, come se la voglia di kolossal, in Tornatore, avesse preso il posto delle ragioni del cuore, le uniche che avrebbero potuto trasformarlo, come «Nuovo cinema Paradiso», in un gioiello da collezione. E invece Tornatore, che da più di un indizio rivela il desiderio (non più) nascosto di raggiungere il senso dello spettacolo e la magia della memoria di Sergio Leone, ha scelto il bello senza accorgersi di quanto tutto ciò diventasse passo passo fine a se stesso. E, se è vero che ha contraddistinto le tappe della storia con alcuni manifesti cinematografici rivelatori di un’epoca, ha anche commesso un (piccolo?) errore di percorso collocando «Roma» di Federico Fellini prima di «Fellini Satyricon». Come ben sappiamo, invece, «Satyricon» è del 1970 e «Roma» del 1972.

BAARÌA di Giuseppe Tornatore. Con Francesco Scianna, Margareth Madè, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Lina Sastri. ITALIA 2009; Drammatico; Colore